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Bonomi: «Costituzione stella polare per l’impresa»

Assemblea di Confindustria. «La democrazia è il cuore di un sistema produttivo plurale e aperto»

Le nuove sfide: multipolarismo, bilancio pubblico europeo e impresa come spazio democratico

La democrazia come «valore universale», senza il quale «non possono esserci né mercato, né impresa, né lavoro, né progresso economico e sociale, cuore di un sistema produttivo plurale e aperto, che ha reso la nostra economia una delle più avanzate al mondo». Principi che hanno nella Costituzione «una stella polare». E nel sistema imprenditoriale un protagonista: «siamo convinti che le industrie siano fabbriche di coesione sociale, libertà, diritti e democrazia» e l’impresa «è lo spazio democratico in cui i valori del bene comune e della responsabilità sociale devono manifestarsi nella loro concretezza».

Il legame tra democrazia ed economia, il ruolo dell’impresa per garantire libertà e coesione, insieme al sentire come «essenziale il dovere di garantire e difendere l’impegno per un lavoro degno»: in un mondo così complesso, dove la democrazia sta regredendo a favore di regimi autoritari o ibridi, il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, nella relazione all’assemblea di ieri, dal titolo “Impresa, lavoro e democrazia: la strada della Costituzione”, ha messo da parte i problemi congiunturali ed ha scelto di riflettere sui valori che sono punto di riferimento del paese, della sua comunità civile ed economica.

In prima fila, nella Giornata internazionale della democrazia, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che per la prima volta ha preso la parola (in passato era stato presente, ma non era mai intervenuto): una novità che sottolinea il ruolo essenziale degli imprenditori e dei corpi intermedi come attori sociali del paese. È al Capo dello Stato che Bonomi si è rivolto nelle prime battute, ritenendo che debba continuare ad essere «garante della Costituzione, certi che continuerà a far sentire la sua voce ferma a tutela dei principi della democrazia». E alla sua presenza e alle sue parole la platea ha riservato lunghi applausi e standing ovation. In prima fila anche la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e moltissimi rappresentanti del governo e delle istituzioni. Occasione colta da Bonomi per chiedere «riforme istituzionali condivise», che assicurino governabilità, competitività, inclusione sociale, evitando atteggiamenti divisivi.

Il discorso di ieri è in continuità, ha sottolineato Bonomi, con l’Udienza di Papa Francesco all’assemblea dell’anno scorso in Vaticano. Sfida internazionale, quella europea, vocazione delle imprese italiane, le riforme: quattro i capitoli del discorso. Uno sguardo ampio per ribadire l’importanza di costruire «nuovi equilibri nel segno dei multipolarismo», un impegno necessario per le economie occidentali e i paesi del G7 a diventare partner affidabili dei paesi africani. Confindustria lavorerà in questa direzione quando l’Italia assumerà la presidenza del G7, affidando «auspicabilmente» a Confindustria sarà affidato il coordinamento delle organizzazioni imprenditoriali.

Bonomi ha citato più volte il presidente Mattarella, riconoscendosi nei suoi numerosi interventi: «sono onorato dalle parole del presidente della Repubblica che ha riconosciuto l’importanza delle imprese per lo sviluppo del paese». Piena sintonia anche sulla condanna della guerra in Ucraina, su cui ha ringraziato anche il presidente del Consiglio per il sostegno a Kiev.

Serve un’Europa unita, come nella pandemia: senza fondi sovrani comuni europei c’è il rischio, ha detto il presidente di Confindustria, che si possa spezzare il mercato unico. «Cruciale» è la questione del bilancio pubblico europeo. Se la Costituzione pone il lavoro al centro della Repubblica, occorre che «la politica garantisca un quadro di regole in cui l’iniziativa economica si possa svolgere liberamente e in leale concorrenza». Il lavoro «libero e sicuro è la pietra angolare del nostro impegno». Sono i contratti collettivi ad assicurarlo: «la tutela della sicurezza si fonda sul lavoro, presuppone regole chiare e si basa sulla prevenzione». Come è solo attraverso la contrattazione che si può avere un salario «giusto». L’introduzione di un salario minimo, senza misure per valorizzare la rappresentanza, «non risolverebbe la grande questione del lavoro povero, né la piaga del dumping contrattuale».

Bonomi: «Fare le riforme Fondamentale l’alleanza tra pubblico e privato»

Fare le riforme e stimolare gli investimenti delle imprese, in una collaborazione pubblico-privato. Carlo Bonomi fa un passo indietro, alla nascita del Pnrr: «la Ue si era resa conto di dover dare un boost all’economia dopo il periodo pandemico. Il piano avrebbe dovuto portare l’Italia a realizzare una serie di riforme, in un’ottica di co-programmazione con i corpi intermedi. Così non è stato, il 90% dei progetti del Pnrr erano già esistenti». Oggi ci si interroga su come andare avanti: «come tutti gli imprenditori, sono ottimista. Ma questo non significa non essere preoccupati. Guardo i dati, dei quasi 30 miliardi di investimenti che avremmo dovuto fare nel 2022, non siamo arrivati a 15 nell’anno scorso. Accelereremo? Me lo auguro. Ma non c’è quella leva finanziaria che l’investimento pubblico deve avere sul privato. È la grande sfida contenuta nel Pnrr, stimolare gli investimenti privati, specialmente nelle transizioni».

Per raggiungere gli obiettivi di Fit for 55 l’Italia, ha sottolineato il presidente di Confindustria, deve investire 1.100 miliardi, nel Pnrr ce ne sono 60-70, ciò vuol dire che il resto devono investirlo famiglie e imprese. «L’alleanza pubblico-privato è fondamentale, il privato da solo non ce la può fare, ma neanche il pubblico». E poi occorrono le riforme: le risorse del Pnrr sono importanti, ma lo sono soprattutto le riforme previste dal piano, «che ci devono consentire di realizzare uno Stato moderno e inclusivo», ha insistito il presidente di Confindustria, nell’evento “Pavia capitale della cultura d’impresa 2023”.

«Il paese deve capire che l’industria è un asset strategico, non un problema ma la soluzione, noi siamo a disposizione». Serve più Europa: «ma un’Europa con una visione, non una Ue che sia una somma di interessi. È sbagliato rispondere a Usa e Cina con una deroga agli aiuti di Stato, penalizza i paesi che hanno meno spazio fiscale e amplia il gap». E anche sui tassi di interesse «non si può andare sempre avanti con la visione tedesca, va bene contenere l’inflazione, ma attenzione che non si entri in recessione».

L’industria, ha concluso Bonomi, ha dimostrato di essere forte e competitiva: «siamo molto contenti di sentire il presidente del Consiglio dire di non voler disturbare chi fa impresa, che il lavoro non si crea per decreto ma lo creano le imprese. Ma chi meglio di un imprenditore sa cosa serve alle imprese. Ogni tanto qualche consiglio andrebbe colto».

Pmi Day 2022, adesioni record alla scoperta del Made in Italy

Confindustria. Iniziativa della Piccola Industria alla sua 13esima edizione: studenti invitati a conoscere «la bellezza del saper fare italiano»

Un’adesione record. Il doppio dello scorso anno: sono più di mille le aziende che hanno deciso di aderire al Pmi Day 2022. Hanno creato uno scambio tra chi deve entrare nel mondo del lavoro e chi cerca personale, protagoniste le giovani generazioni. Ma non solo: ci si apre anche alle istituzioni, per far percepire sempre di più il ruolo dell’impresa come comunità, protagonista del territorio.

«Il Pmi Day è una grande festa in cui gli imprenditori ascoltano i giovani, un confronto in cui si disegna insieme il futuro», è il messaggio che ha voluto dare Giovanni Baroni, presidente della Piccola industria di Confindustria. È la Piccola che dal 2010 organizza questo evento, insieme alle associazioni del sistema confindustriale. Un’iniziativa che anno dopo anno si è ampliata, aumentando i numeri dei partecipanti e delle organizzazioni coinvolte, inserita nella Settimana della Cultura d’impresa e nella Settimana europea delle Pmi.

Il tema scelto per quest’anno, tredicesima edizione, è “La bellezza del saper fare italiano”, quel made in Italy che vince nel mondo, come dimostra il record di 600 miliardi di export appena raggiunto a settembre 2022 rispetto a ottobre 2021. La bellezza come fattore competitivo, che nasce dall’attitudine alla cura delle produzioni, esprime la capacità di innovazione e la creatività ed è anche un vero e proprio patrimonio di saperi e tradizioni, ispirate dalla storia e dalla cultura delle comunità e dei territori di cui le Pmi sono parte integrante.

«Vogliamo raccontare ai ragazzi il valore economico e sociale delle nostre imprese per le comunità e la bellezza delle nostre produzioni, perché fare impresa significa poter tracciare la propria strada. Per questo è importante che i giovani conoscano le realtà aziendali e inquadrino le nuove opportunità professionali, anche in modo da orientare il proprio percorso formativo», ha detto Baroni, che ha partecipato all’evento organizzato da Confindustria Campania presso il Centro di produzione Rai di Napoli, dove gli imprenditori di Piccola industria Campania hanno incontrato gli alunni dell’ultimo anno di cinque istituti superiori provenienti da tutte le province campane.

Le scuole coinvolte in questa edizione sono 600 tra medie e superiori, e circa 48mila i partecipanti. Complessivamente dal 2010 ad oggi le Pmi di Confindustria hanno aperto le porte a oltre 472mila ragazzi. Altissima la partecipazione del sistema Confindustria, con più del 97% delle associazioni territoriali che hanno aderito, insieme a Acimit, Assoststema, Confindustria Moda, Federchimica e Federmeccanica. Una testimonianza evidente del grande interesse da parte degli imprenditori ad avvicinare i giovani al mondo dell’impresa, attraverso incontri e visite guidate nelle aziende. Oltre agli studenti la manifestazione coinvolge le famiglie, gli insegnanti, le istituzioni locali, la stampa per confrontarsi e raccontare il valore dell’impresa sul territorio. Per i ragazzi è l’occasione di vedere i processi produttivi delle aziende, protagoniste del made in Italy, la loro capacità di innovare e di fare ricerca. L’iniziativa non si era interrotta nemmeno durante la pandemia, con il racconto dell’impresa in modo digitale, con visite virtuali e filmati.

Dall’anno scorso la Giornata nazionale delle Piccole e medie imprese ha il patrocinio del Ministero dell’Istruzione e della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome. Da anni inoltre prosegue la partnership in alcuni territori con Confagricoltura (Alessandria, Bergamo, Brescia e Taranto). Il Pmi Day ha anche un’impronta internazionale: Confindustria Albania, Bulgaria e Serbia, negli Usa è realizzato dalla Miami Scientific Italian Community, insieme all’Ambasciata d’Italia a Washington.

«Scuola e impresa sono due mondi che devono correre parallelamente e alimentarsi reciprocamente, magari proprio attraverso la bellezza. Vogliamo raccontare ai ragazzi quanta ce n’è nel fare ricerca, produrre con qualità, innovare, fare formazione, nell’essere comunità che lavora su visioni condivise e crede nei giovani», commenta Claudia Sartirani, coordinatore nazionale del Pmi Day. «Un imprenditore – ha concluso Baroni – resta studente tutta la vita, con la propensione al cambiamento, la curiosità, l’energia che contraddistinguono i ragazzi. Sono questi i fattori chiave che portano sui mercati globali la bellezza del made in Italy».

Bonomi: «L’Italia da sola non può farcela, serve un intervento europeo»

«Con Draghi barra dritta, ora governo autorevole che confermi linea Nato»

«Da soli non ce la possiamo fare, abbiamo bisogno dell’intervento dell’Europa, con un tetto a prezzo del gas, a tutto il gas. Con questi prezzi energetici non possiamo fare miracoli, sono in crisi la produzione e le imprese». Carlo Bonomi parla da Erice, in provincia di Trapani, prima tappa di un confronto con le aziende siciliane che oggi lo porterà ad Agrigento. Proprio in quel Sud dove le difficoltà sono maggiori: «Per fare gli imprenditori bisogna essere eroi civili, essere folli o persone meravigliose». A metà dell’Ottocento, ha ricordato Bonomi, venivano in Sicilia da tutto il mondo per imparare a fare impresa: «Sono le imprese che creano lavoro, non la politica per decreto. Vogliamo una burocrazia che aiuti a creare lavoro e una politica con la P maiuscola che ti aiuti a crescere».

Ora si attende il nuovo esecutivo: «Confindustria è autonoma, apartitica e agovernativa, valutiamo nel merito i provvedimenti. Auspichiamo un governo nei tempi più rapidi possibili, composto da persone autorevoli e inappuntabili, che confermi la scelta atlantica e della Nato», ha detto il presidente di Confindustria sottolineando come il governo Draghi, «nato per una scelta saggia di Mattarella, che ringrazio» abbia portato autorevolezza, tenendo la barra dritta in Europa, come con le sanzioni. L’emergenza è l’energia e il controllo dei conti pubblici: «I partiti legittimamente pensano di realizzare le promesse elettorali, ma non ci possiamo permettere flat tax, prepensionamenti. Le risorse che abbiamo vanno messe tutte sul caro bollette, perché bisogna salvare la produzione industriale che vuol dire centinaia di migliaia di posti di lavoro». E quindi il reddito delle famiglie. La povertà va tutelata, ma «se il reddito di cittadinanza non è attivo contro la povertà, bisogna sospenderlo».

Per Bonomi occorre sospendere il mercato degli Ets: «È assurdo che si consenta a fondi speculativi di operare». E ancora: «serve un’Europa unita, che superi i veti non solo di Orban ma anche della Germania e dell’Olanda». Proprio la Sicilia, con la sua collocazione, ha sottolineato Bonomi, può diventare l’hub energetico per il Sud Europa e dare un impulso all’economia meridionale, «ma per farlo servono infrastrutture». Bonomi ieri ha incontrato i vertici istituzionali siciliani per avviare una collaborazione. Le imprese, come ha detto nell’incontro il presidente di Sicindustria, Gregory Bongiorno, davanti ai colleghi e al presidente di Confindustria Sicilia, Alessandro Albanese, sono cambiate e sono diventate eccellenze. Con condizioni migliori possono fare molto di più.

Bonomi: scelte geopolitiche pesano sull’economia

Il presidente: «Oggi serve una ferma coerenza e unità internazionale»

Un contesto «fortemente complesso e instabile», tra pandemia e guerra. All’inizio del 2022 la speranza era di continuare il rimbalzo che la manifattura italiana ha realizzato nel 2021. Invece l’invasione russa dell’Ucraina «ha aggiunto nuovi enormi impatti asimmetrici» sull’economia italiana e mondiale. I buoni andamenti dell’export dimostrano «che le nostre imprese non si abbattono davanti alle difficoltà», anzi mostrano una duttilità e capacità di reazione migliore di nostri competitor come la Germania, «già in recessione».

Ma «il nuovo contesto geopolitico ha messo in grande evidenza il tema della vulnerabilità delle filiere di fornitura e dell’autonomia strategica del nostro paese e dell’Europa». Carlo Bonomi è partito da questa analisi intervenendo ieri al Made in Italy Summit organizzato dal Sole 24 Ore e Financial Times in collaborazione con Sky Tg24. È perseguendo l’autonomia strategica che, secondo il presidente di Confindustria, l’Italia e l’Europa si possono ritagliare un ruolo importante. Ciò potrà accadere «se sapremo spingere ancora di più sull’innovazione, in particolare sulla transizione digitale ecologica con il rinnovo di competenze ad ogni livello». Le imprese, infatti, devono posizionarsi sulla parte alta delle catene di fornitura: «altrimenti rischiamo di perdere l’opportunità o scivolare verso produzioni a minor valore aggiunto».

Con l’accelerazione di fenomeni di reshoring di produzioni precedentemente delocalizzate, «in prospettiva – è la riflessione di Bonomi – si apre una nuova fase di sviluppo industriale per i paesi avanzati perché la distanza geografica e soprattutto politica è tornata a giocare un ruolo significativo nelle scelte produttive e commerciali».

Il presidente di Confindustria si è soffermato sul ruolo del fattore geopolitico che è diventato «centrale e imprescindibile» nelle dinamiche dell’economia come non accadeva dalla Guerra Fredda. La dicotomia tra le due parti del mondo è emersa a Samarcanda, ha detto, dove si è tenuto l’incontro dell’organizzazione per la cooperazione di Shangai: una che coincide, almeno in gran parte, con il gruppo delle economie emergenti, ha spiegato Bonomi, e l’altra ben distinta, se non contrapposta geopoliticamente ed economicamente, con il gruppo delle economie avanzate.

In questo contesto «oggi serve una ferma coerenza e unità internazionale». Per la competitività delle imprese e la crescita del nostro tessuto industriale «risulta imprescindibile rafforzare in modo fattivo e stringente i rapporti commerciali, economici e politici con i partner europei e gli alleati occidentali». Una necessità, dal momento che la globalizzazione come l’abbiamo finora conosciuta sta lasciando il passo, è l’analisi di Bonomi, ad un nuovo equilibrio dove le scelte politiche e geopolitiche dei governi hanno ricadute concrete sulle economie dei paesi e sulle opportunità di business lungo le filiere industriali.

Bonomi: lavoro, futuro, dignità «Sogniamo una Italia unita»

Assemblea di Confindustria in Vaticano. Il presidente Bonomi davanti al Papa: «Siamo un Paese smarrito» Impegno per un lavoro degno. «No a sussidi che scoraggiano». Allarme demografia: «Declino drammatico»

Assemblea di Confindustria in Vaticano. Il presidente Bonomi davanti al Papa: «Siamo un Paese smarrito» Impegno per un lavoro degno. «No a sussidi che scoraggiano». Allarme demografia: «Declino drammatico»

Nicoletta Picchio

Presidente   di Confindustria.  Carlo Bonomi in Aula Paolo VI in Vaticano, nell’evento straordinario dell’Udienza del Papa all’assemblea di Confindustria imagoeconomica 

Il valore del lavoro, di un lavoro «degno» che rispetti la persona. Ci sono ancora in Italia «troppi settori dove l’offerta di lavoro è caratterizzata da infime retribuzioni», dove c’è il lavoro nero, impieghi precari, «ma questo non riguarda l’industria, non siamo noi ad offrire queste forme di sottoccupazione, di vero e proprio sfruttamento». Bisogna dare una risposta agli squilibri, e cioè ingiustizie sul lavoro, aggiramento di garanzie, bassa capacità di offrire una formazione adeguata, inserimento degli immigrati, declino demografico: «come imprese industriali basate sul lavoro sentiamo più che mai il dovere di offrire il nostro contributo».

Un impegno che Carlo Bonomi non poteva prendere in un luogo più solenne: l’Aula Paolo VI in Vaticano, nell’evento straordinario dell’Udienza del Papa all’assemblea di Confindustria, con gli imprenditori accompagnati dai familiari. Il perno di una visione etica dell’economia che Bonomi ha messo al centro del suo discorso. E che ha rilanciato accogliendo il Pontefice: «Siamo un Paese diviso, smarrito, ingiusto con troppi dei suoi figli e schiacciato sul presente», ha detto il presidente di Confindustria, ringraziando il Santo Padre. «Ci preoccupa la sofferenza sociale che esprime una parte troppo vasta della società». Bisogna voltare pagina. «Continueremo a volere e a sognare un Paese unito. Un Paese in cui il verbo prioritario non è “prendere”, ma è “dare”: dare agli altri; dare lavoro; dare futuro; dare dignità; dare libertà».

Lavoro degno, quindi. «Non sussidi che lo scoraggiano», ha scandito Bonomi tra gli applausi (dieci in tutto). Il tema del salario minimo, ha spiegato, non riguarda Confindustria: «Sono altri ad essersi opposti, sui quali bisognerebbe avere il coraggio di intervenire». Occorre misurare la rappresentatività delle parti sociali, «la nostra proposta è stata presentata nel 2014 ma è rimasta nei cassetti». La soglia di lavoro degno, ha spiegato ancora il presidente di Confindustria, «va innestata nella riforma dei sussidi alla povertà e quindi nella riforma del reddito di cittadinanza: la soglia minima di lavoro sotto la cui proposta non può essere rifiutata».

Bisogna realizzare quell’«umanesimo industriale» che vede l’impresa protagonista e motore. «Oggi che gli orizzonti della politica sembrano sempre più corti e schiacciati su false priorità, avvertiamo più che mai la necessità di progetti di lungo orizzonte, come unica via per dare risposta ai drammatici problemi della società italiana». L’incontro con il Pontefice è stato voluto proprio per riaffermare questi valori: «Mi ha fatto una bellissima impressione vedere la sala Nervi piena di imprenditori insieme al Papa, le parole nostre e del Pontefice meritano molta attenzione», ha commentato Bonomi durante la conferenza stampa. La decisione dell’Udienza di Vaticano era stata presa prima della caduta del governo Draghi. A pochi giorni dal voto si è rivelata ancora più «lungimirante», coerente con la storia dell’associazione «autonoma, apartitica, agovernativa». Bonomi ha citato in più riprese gli interventi del Pontefice, dall’Enciclica Laudato sì all’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium. Papa Francesco parla di lavoro degno, creativo, partecipativo e solidale. «Se Italia ed Europa dovessero perdere il proprio modello di integrazione sociale saremmo destinati al declino». In una realtà dove «il pregiudizio imperante anti impresa ci vede costantemente accusati», ha detto Bonomi, sottolineando che la finanza non può essere il criterio unico o prevalente per misurare i valori di un’impresa.

La sostenibilità sociale è l’unica dimensione per crescere, Industria 4.0 è la via maestra per affrontare la transizione digitale e ambientale. Occorrono più giovani, da far entrare non ricorrendo ai prepensionamenti, e più donne nel mondo del lavoro: «serve una rivoluzione nei tempi del lavoro per non discriminare le donne», e una rivoluzione culturale per integrare gli immigrati, specie con la nostra situazione demografica. Fondamentale il tema della sicurezza, da affrontare ex ante, e occorre una svolta nella spesa sociale.

I protocolli di sicurezza nella pandemia, l’impegno per la ricostruzione in Ucraina, la proposta di un grande Patto per l’Italia, le difficoltà attuali sull’energia: l’impresa, ha sottolineato Bonomi, ha fatto sempre la sua parte. «Non siamo quelli che vincono sempre ma siamo quelli che non si arrendono mai».

Bonomi: terremoto economico, un quinto dell’industria a rischio

Confindustria. «Se la Russia sospende le forniture buco di 4 miliardi di metri cubi di gas anche con gli stoccaggi pieni al 90%. È un problema di sicurezza nazionale, il governo deve intervenire ora»

Un «terremoto economico». Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, ha lanciato un nuovo allarme, numeri alla mano: «Se la Russia dovesse sospendere le forniture di gas avremmo un buco di 4 miliardi di metri cubi che resterebbe scoperto anche con gli stoccaggi nazionali al 90 per cento». Se dovessero tutti incidere sul sistema industriale «vorrebbe dire spegnere quasi un quinto dell’industria italiana». E quindi mettere a rischio «migliaia di imprese, migliaia di posti di lavoro, il reddito di migliaia di famiglie italiane». C’è già un numero preoccupante: quel +45% di cassa integrazione straordinaria dei primi sette mesi dell’anno: «I mesi di stress saranno gennaio e febbraio, ma già questo è un dato che ci deve mettere in allarme, non dobbiamo farci trovare impreparati».

In gioco c’è il sistema paese. Per questo il presidente di Confindustria, intervistato ieri ai microfoni di Rtl 102,5, ha incalzato il governo ad agire, nonostante la fase pre-elettorale, con un esecutivo in carica formalmente per le questioni ordinarie: «Dobbiamo capirci su cosa si intende per ordinario. Se oggi ci fosse un terremoto il governo se ne occuperebbe o no? Stiamo affrontando un terremoto economico, il governo può e deve intervenire, non possiamo aspettare due mesi l’arrivo del nuovo governo. L’industria è un tema di sicurezza nazionale». La crisi del conflitto in Ucraina, ha spiegato il presidente di Confindustria, ha accelerato il problema di politica energetica che l’Europa non ha mai voluto affrontare: «sulla politica industriale è stata assente». Ai ritardi Ue, «dove ognuno si è mosso in ordine sparso», si sono sommati gli errori dell’Italia. Parlano i numeri: l’Italia utilizza 75 miliardi di metri cubi di gas all’anno, 20 miliardi per le industrie, 25 in ambito civile, 30 per produrre energia elettrica. «Abbiamo la necessità di 15 miliardi di metri cubi di gas russo, ancora oggi. Le stime dicono che diventeremo indipendenti del 2024, ma occorre realizzare il rigassificatore di Piombino, quello in Emilia Romagna, fare investimenti importanti, arrivare al 90% di riempimento degli stoccaggi, che vuol dire coprire 11 miliardi di metri cubi».

Occorre agire subito, anche se «non c’è una soluzione che può risolvere decenni di errori». Ci sono interventi da fare congiunturali e strutturali: serve una strategia di razionamento, ha detto Bonomi. Occorre mettere un tetto al prezzo del gas: «è un anno che Confindustria lo sta chiedendo. Se non si fa a livello europeo deve essere fatto a livello nazionale». Solo per il fatto che se ne parlerà nel consiglio Ue del 9 settembre ha determinato una discesa del prezzo del gas, ha sottolineato Bonomi. Occorre anche sospendere temporaneamente l’acquisto dei certificati Ets: «È una follia farli pagare a questi prezzi e non è possibile che la finanza possa comprare certificati verdi per lucrarci sopra, devono comprarli solo le imprese». Inoltre 400 impianti di energia rinnovabile sono fermi per la burocrazia: «Vanno sbloccati» e la produzione da rinnovabili va destinata solo alle imprese. Altra misura sganciare il prezzo dell’energia elettrica da quello del gas. Per Bonomi occorre fare una riflessione anche sul nucleare: «Le tecnologie dopo anni cambiano».

Rispondendo alle domande il presidente di Confindustria è tornato a chiedere un taglio al cuneo fiscale per mettere più soldi in tasca agli italiani: 16 miliardi, da concentrare fino a 35mila euro di reddito. «Si può e si deve fare, il Parlamento è nel pieno delle sue funzioni. Ho sentito tutti i partiti dire che sono d’accordo e i ministri di questo governo sono espressione dei partiti. Non accetto la narrazione che non ci sono le risorse quando si spendono 1.000 miliardi di spesa pubblica ed è previsto un extra gettito da 38 miliardi di euro».

Non è mancata una domanda sulla prossima assemblea di Confindustria: il 12 mattina, in Vaticano, con Udienza del Papa. «Vogliamo sganciare la possibilità di parlare al paese dalla campagna elettorale, evitare che la nostra assemblea diventi motivo per tirare la giacchetta al presidente, al sistema industriale italiano. Vogliamo parlare di lavoro, raccontare cos’è l’industria italiana. Abbiamo scelto di parlare con il Santo Padre che parecchie volte è intervenuto sul lavoro, di parlare con le nostre famiglie, prima di essere imprenditori siamo cittadini, con una responsabilità maggiore di chi lavora con noi e dei nostri territori».

«Italia e Francia sono unite, puntare sulle imprese per gestire le emergenze»

L’intervista Stefan Pan il vice presidente di Business Europe: «Industria è determinante per vincere le sfide che abbiamo davanti» «La sostenibilità non può essere solo ambientale, ma anche economica e sociale».

Italia e Francia insieme «per dare un messaggio prioritario: nella situazione drammatica che stiamo vivendo, con la guerra arrivata dopo la pandemia, l’aumento vertiginoso dei prezzi dell’energia e delle materie prime, l’interruzione delle filiere globali, l’industria è determinante per vincere le sfide che abbiamo davanti». Un ruolo, dice Stefan Pan, che sarà sottolineato nell’incontro di oggi tra i vertici della Confindustria italiana e di quella francese, una collaborazione che si è rafforzata sia a livello bilaterale, sia all’interno di Business Europe, di cui peraltro Pan è vice presidente.

Sono stati scelti tre temi come focus, quelli che sono più urgenti: la transizione energetica nella fase di shock geopolitico che la Ue sta vivendo; come finanziare la transizione ambientale e digitale, con un’attenzione particolare al rapporto pubblico-privato; difesa, sicurezza e aerospazio, settori dove i sistemi industriali dei due paesi possono individuare forme di collaborazione e che sono determinanti ora che la Ue si trova a fronteggiare la guerra tra Russia e Ucraina.

«La Ue è cresciuta per traumi, la Comunità europea carbone e acciaio è nata dopo la seconda guerra mondiale. Già allora l’industria è stata messa al centro. Oggi dobbiamo fare lo stesso: la guerra ha attaccato i valori fondanti dell’Unione europea. Libertà, democrazia, stato di diritto, per essere garantiti hanno bisogno di una struttura forte di cui l’industria è una precondizione. Solo così si può garantire lavoro, benessere, welfare», è la riflessione di Pan, che in Confindustria ha la delega per l’Europa ed è in prima linea nei contatti con Bruxelles e con le altre organizzazioni imprenditoriali Ue, specie con quelle dei principali paesi manifatturieri, Germania e Francia.

Il Forum Confindustria-Medef è arrivato alla quarta edizione e si aprirà, questa mattina, con gli interventi dei due presidenti, Carlo Bonomi e Geoffroy Roux de Bézieux, che firmeranno una dichiarazione congiunta da inviare ai rispettivi governi e a vertici Ue, affinché le istanze del mondo imprenditoriale vengano recepite. «Nonostante la situazione economica difficile, dovuta alla guerra ma non solo, sulla transizione green la Ue ha addirittura alzato gli obiettivi. Bisogna mettere da parte l’ideologia e procedere con realismo, tanto più che non c’è alcuna previsione concreta sulla fine del conflitto russo-ucraino e quindi sulle relative ripercussioni economiche. Rischiamo di trovarci in autunno con forniture di gas razionate», dice Pan, che aggiunge «la sostenibilità non può essere solo ambientale, ma deve essere anche economica e sociale». Ci sono migliaia di posti di lavoro a rischio, 70 mila solo nel settore dell’automotive, con il passaggio all’elettrico dal 2035. Intere filiere verrebbero messe in crisi. C’è bisogno di proposte e di risorse, sottolinea Pan che presiederà il gruppo di lavoro dedicato a come finanziare la transizione verde e quella digitale.

Si tratta di emergenze per noi come per i francesi, anche se la Francia ha l’energia nucleare e quindi si trova in una condizione migliore della nostra: «eppure, nell’ultimo mese hanno dovuto importare energia. Inoltre le loro centrali nucleari hanno bisogno di molti investimenti, quindi la questione energetica è una preoccupazione comune». La Ue ha inserito una parte del gas e del nucleare nella tassonomia che entrerà in vigore dal primo gennaio del prossimo anno. «E’ ora di ragionare anche in Italia sul nucleare, oggi ci sono nuove tecnologie rispetto all’epoca del referendum». Serve più Europa, sottolinea Pan, non meno Europa, «una Ue che però non sembri chiusa in una torre d’avorio, ma faccia i conti con la realtà. Anche i colleghi francesi chiedono più pragmatismo».

Secondo Pan tre sono stati gli errori principali a livello europeo: aver delegato la difesa agli Stati Uniti, avallato la dipendenza dal gas russo, aver delegato parte della nostra capacità tecnologica alla Cina. «Dobbiamo recuperare un ruolo centrale». E quindi puntare sull’industria e sulla nostra capacità tecnologica, rafforzare l’unione bancaria e dei capitali, «vanno evitate restrizioni di credito, le regole non devono ingessare gli investimenti», mettere più risorse per la transizione green «penso ad un New generation Eu di secondo livello». E la guerra ha dimostrato che «occorre una difesa europea, forte. Aerospazio, cloud, cybersecurity. Gli effetti di questo settore sullo sviluppo e sull’innovazione possono essere importanti. Non dimentichiamoci che Internet è nato per esigenze di tipo militare».

Bonomi: subito taglio del cuneo e riforme strutturali per il Paese

A Rapallo. Il presidente degli industriali: «Se tutti sono d’accordo sul taglio delle tasse sul lavoro allora lunedì facciamolo. Il Governo deve andare avanti, serve stabilità per non essere ostaggio di bandierine elettorali»

«Tutti qui hanno affermato che sono d’accordo sul taglio del cuneo fiscale, sono contento. Lunedì mi aspetto che questa cosa venga fatta». Carlo Bonomi ha ascoltato i leader dei partiti parlare sul palco del convegno dei Giovani imprenditori a Rapallo, venerdì Giorgia Meloni e Antonio Tajani, ieri Enrico Letta, Giuseppe Conte, Matteo Salvini e Matteo Renzi. Da tutti è arrivato il via libera ad un intervento sul cuneo fiscale nella prossima legge di bilancio. Una misura che «metterebbe nelle tasche degli italiani 1.223 euro all’anno in più» ha detto il presidente di Confindustria, da destinare per due terzi a favore dei lavoratori.

«È l’ora della verità, della trasparenza, della coerenza», ha esordito. Anche perché i numeri preoccupano: «quando il Centro studi Confindustria ha rivisto al ribasso, dal 4 al 2%, la crescita di quest’anno ci hanno definito catastrofisti. Ora le stime del Def, della Banca d’Italia, del Fmi, sono allineate alle nostre. Senza le riforme, il Paese è fermo». C’è un rallentamento mondiale, certo, ma «è asimmetrico. Gli Usa rallentano meno dell’Europa e nella Ue Italia e Germania rallentano di più». I segnali già c’erano dall’autunno scorso, ha ricordato Bonomi, dopo «l’ottimo rimbalzo» seguito alla perdita di pil del 2020. «La stella polare della legge di bilancio sarebbe dovuta essere la crescita, ma non è stato così». Il reddito di cittadinanza, costato 20 miliardi e che ne costerà altri 10, per Bonomi va bene come strumento di lotta alla povertà ma non funziona come politica attiva del lavoro; quota 100, che costerà 30 miliardi da qui al 2028, che non ha avuto nemmeno un effetto sostitutivo tra pensionati e nuovi assunti «siamo a 0,4». E poi i bonus edilizi «gli effetti distorti sono sui giornali, truffe». Misure che hanno tolto risorse a interventi per rendere più competitive le imprese, come Industria 4.0 e il patent box.

È per «serietà» per «stare accanto al proprio governo» ma anche per avere un «riformismo competitivo» che Confindustria, ha detto Bonomi, ha «tenuto la barra ferma sulle sanzioni, a differenza dei nostri colleghi in Germania». Il paese va reso più moderno e inclusivo, vanno date risposte alle disuguaglianze. Con il Pnrr «le risorse ci sono per fare le riforme, non esistono più scuse. Il Governo deve andare avanti, serve stabilità e non essere ostaggio di bandierine elettorali». Di crescita, taglio del cuneo fiscale, contenimento del prezzo dell’energia, dal price cap ad una piattaforma regolamentata a livello europeo, Bonomi ha parlato singolarmente a tu per tu con i leader politici, con incontri riservati (Conte era in videocollegamento). Problemi aggravati dalla guerra. Il presidente di Confindustria lunedì e martedì scorso è stato in Ucraina, primo e unico non politico ad avere incontrato il premier Volodymyr Zelensky e i principali ministri del suo governo. «Non sta a Confindustria decidere il sostegno militare all’Ucraina o le sanzioni alla Russia, è compito della politica. Noi abbiamo il compito di dire in maniera concreta agli ucraini che le imprese italiane ci sono. È il nostro contributo alla pace che verrà, perché condividiamo i valori per cui combattono, libertà e democrazia», ha detto Bonomi che ha annunciato l’impegno a costruire una scuola a Borodjanka per i bambini sfollati e ha ringraziato Mario Draghi e Sergio Mattarella per le «parole chiare e alte che hanno speso».

Bisogna reagire agli errori del passato, che hanno portato ad un aumento di 800 miliardi del debito pubblico dal 2010 al 2021. La spesa pubblica è raddoppiata ma, ha detto Bonomi, i poveri sono saliti dai 2,1 milioni del 2008 a 5,6 milioni del 2021. Motivo? I bonus, le una tantum a pioggia, che si possono anche sommare: «vanno al 50% della popolazione, invece che concentrarsi su quel 10% che ha bisogno». Sul salario minimo, i contratti di Confindustria sono ben superiori ai 9 euro indicati nelle proposte in Parlamento. E non è Confindustria che non rinnova i contratti: li aspettano 242.420 persone, a fronte dei 3,4 dei servizi e i 2,8 della Pa. A tenere banco ieri anche la proposta del presidente dei Giovani Riccardo Di Stefano, di una quota riservata agli under 40 nei cda: «dobbiamo fortemente sostenerla, se non ci sono i provvedimenti la testa in questo paese non cambia. Noi per primi, come Confindustria, nel rinnovo del cda del Sole 24 Ore abbiamo inserito un under 40» ha concluso Bonomi.

«Nelle imprese familiari c’è il Dna per lo sviluppo»

«Il segreto per poter avere oltre 200 anni di vita? Mettere l’azienda al primo posto, con le sue persone e la qualità del prodotto». Alberto Marenghi di anni, imprenditorialmente parlando, ne ha più di 400, amministratore delegato di Cartiera Mantovana, azienda leader nel settore dell’imballaggio, nata addirittura nel 1615. Una storia che gli ha aperto la porta dell’Associazione Henokiens, nata 40 anni fa a Parigi e che riunisce a livello internazionale le aziende familiari con almeno 200 anni di storia, la famiglia come azionista e almeno un membro nella governance.

Dal primo gennaio di quest’anno Marenghi è presidente degli henokiani e come tradizione l’assemblea annuale si terrà nel paese del presidente di turno, quindi in Italia. L’appuntamento è per oggi, città prescelta Venezia. Italiano il presidente, in Italia l’assemblea, italiano il vincitore del premio “Leonardo da Vinci”, un riconoscimento alle eccellenze, promosso dall’Associazione dal 2011, anno della prima edizione. A riceverlo sarà Giulio Pedrollo, amministratore delegato dell’azienda veronese leader nel mondo nella produzione di elettropompe. A consegnarlo il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro. «Il premio tradizionalmente si dà ad un imprenditore del paese dove si tiene l’assemblea, ma per concorrere non è necessario che l’azienda abbia 200 anni, i criteri di selezione sono due: essere arrivati alla seconda generazione e un avere un forte legame tra l’attività dell’impresa e l’ingegno di Leonardo. In questo caso il riferimento è al grande progetto di trasporto dell’acqua del grande artista e scienziato toscano>.

Dal 2015 gli henokiani non avevano un presidente italiano e quindi un’assemblea nel nostro paese e un vincitore del premio. Le imprese premiate in passato sono state Ferragamo e Bracco. «L’Italia ha una forte struttura di aziende familiari, che hanno dimostrato di sapersi evolvere e competere, mantenendo continuità e valori umani. Come henokiani vogliamo trasmettere questi principi», dice Marenghi, che oggi a Venezia annuncerà un nuovo socio, facendo salire a 52 il numero totale degli iscritti: il gruppo francese Bolloré che quest’anno festeggia i 200 anni di fondazione, con a capo Vincent Bolloré.

Far parte degli henokiani presuppone una lunga storia imprenditoriale e familiare: almeno 7-8 generazioni, dice Marenghi. Un lasso di tempo in cui prodotti e mercati sono decisamente rivoluzionati. «Gli associati sono la punta di diamante di quell’imprenditorialità familiare che ha dato prova di essere flessibile, di aver adeguato la governance, di aver gestito l’impresa con criteri manageriali», dice Marenghi. Con queste premesse «la tradizione, la forte connotazione rappresentata dalla storia aziendale, diventano fattori identitari forti, che rendono i nostri prodotti unici sui mercati, quel made in Italy di successo che eccelle sui mercati». E la continuità generazionale, spiega ancora Marenghi, mantenuta tra gli alti e bassi inevitabili della storia, è il filo rosso che lega il percorso aziendale. La sua mission da presidente degli Henokiens è allargare il numero dei soci «ma non troppo velocemente, così da preservare la nostra unità» e inoltre «rafforzare il modello dell’impresa familiare rendendolo sempre più al passo con i tempi».

L’impresa familiare italiana è un punto di riferimento per l’Associazione. Ed è un orgoglio per il nostro paese che il premio annuale degli henokiani abbia il nome di Leonardo da Vinci: «ci è stato proposto dal proprietario del castello di Clos-Lucé ad Amboise, in Francia, dove sono sepolti i resti di Leonardo».

Le aziende familiari sono protagoniste importanti nel sistema economico di molti paesi, soprattutto europei. Il settore prioritario è il manifatturiero (in Italia sono i 49%, in Germania il 43%, in Francia il 29% e il 27% in Spagna), anche nel commercio le percentuali sono analoghe. Dal puto di vista della leadership circa il 73% delle realtà italiane ha un membro della famiglia come ceo , contro il 59% della Francia, il 17% della Germania e l’81% della Spagna.

I membri italiani dell’associazione sono 13, i francesi 15, che saliranno a 16 con l’ingresso di Bolloré, 10 i giapponesi, 4 i tedeschi, 3 gli svizzeri, 2 gli olandesi, 2 i belgi, 1 inglese e 1 austriaco. Prima di Marenghi, che è anche vice presidente di Confindustria per l’Organizzazione, lo Sviluppo e il Marketing, sono stati presidenti italiani degli henokiani Ugo Gussalli Beretta, Riccardo Piacenza e Pina Amarelli.