Skip to main content

Gemar, quando i palloncini diventano un’opera d’arte

A Casalvieri (Frosinone). Nel calendario 2024 la collaborazione con l’artista neo futurista Marco Lodola Dopo il forte calo del mercato russo, ucraino e mediorientale, l’azienda guarda ora alle Americhe

Un primato con un prodotto particolare, che non immediatamente si associa al made in Italy, ma che ci vede leader in Europa e nel mondo, esempio di qualità, originalità, fantasia, creatività.

Si tratta dei palloncini, e la Gemar da Casalvieri, in provincia di Frosinone, li esporta in tutto il mondo. Una storia italiana, cominciata più di 120 anni fa, con Angelo Rocca, nato nel 1884: emigrato in Francia per aiutare il cognato, famoso produttore artigianale di palloncini, vendeva palloncini come ambulante. Tornato a 18 anni a Casalvieri ha lasciato il banco in piazza e avviato una prima produzione artigianale.

I nomi di famiglia si tramandano, uno dopo l’altro: Angelo il capostipite, poi il figlio Genesio, poi di nuovo Angelo e ora Genesio, 47 anni. «Il mio bisnonno Angelo ha avuto l’intuizione di rendere il palloncino una produzione artigianale, mio nonno Genesio ha avuto la visione di passare dall’artigianato all’industria, mio padre Angelo ha puntato sull’aumento della produzione, sull’innovazione tecnologica», racconta Genesio, che con i genitori e la sorella è alla guida dell’azienda. «All’innovazione, di processo e di prodotto, alla continua ricerca di colori, modelli, soluzioni, ho aggiunto l’affermazione del marchio e l’espansione all’estero».

I palloncini della Gemar addobbano feste ed eventi in oltre 50 paesi in 5 continenti. La produzione è tutta solo made in Italy, nello stabilimento di Casalvieri, dove lavorano 150 persone e ogni giorno escono 6 milioni e mezzo di palloncini. In Uk e negli Usa ci sono sedi commerciali e di distribuzione. Complessivamente il fatturato è di 60 milioni. Dopo il Covid gli anni 2021 e 2022 sono stati un vero boom. «Il 2024 si preannuncia buono, stiamo tenendo, anche se – dice Genesio – dobbiamo fare i conti con alcuni mercati per noi importanti che si sono chiusi: Ucraina, Russia, Medio Oriente. Questa situazione geopolitica ha pesato sul nostro export. Ma puntiamo a crescere in altre aree, a partire dalle Americhe».

Non ci sono solo le feste dei bambini: i palloncini sono richiesti negli eventi aziendali, ai matrimoni, a qualsiasi tipo di celebrazione. Personalizzati e con creazioni ad hoc. «Abbiamo in azienda i nostri maestri d’arte, i nostri decoratori», dice Rocca.

E arrivano ad essere opere d’arte: la collaborazione con gli artisti per Gemar è prioritaria, una vera e propria passione. Ultima novità è il calendario 2024 realizzato con Marco Lodola, con il palloncino che diventa mezzo espressivo dinamico. La collezione del calendario, che si chiama “Lodola per Gemar”, presenta una serie di opere dove l’artista, noto per lo stile neo futurista, integra i suoi lavori con cornici fatte interamente di palloncini colorati. Non sono decorazioni, ma fanno parte dell’opera e sono state create a Lodolandia, il laboratorio creativo dell’artista a Pavia. Il calendario è l’ultimo tassello: ma, sottolinea Rocca, il legame con l’arte è di vecchia data ed è sempre stata una passione della famiglia. Grazie, ovviamente, alla qualità e versatilità del prodotto. Un esempio: i palloncini Gemar sono protagonisti del Balloon Museum, l’allestimento itinerante animato da palloncini, opere gonfiabili, dove l’aria viene considerata uno strumento artistico.

Passione per l’arte e impegno sulla sostenibilità. In azienda lavorano ricercatori per innovare costantemente i materiali, per aumentare la resistenza, consentire una sempre maggiore creatività. La sostenibilità è stata rispettata sin dal primo momento, perché, spiega Rocca, la materia prima è lattice di gomma naturale, che arriva esclusivamente dall’area tropicale. L’azienda ha adottato il report di sostenibilità già dal 2018, che viene certificato da una società terza. Il processo di fabbricazione utilizza per oltre il 90% materiali rinnovabili. L’azienda, tra le varie certificazioni che ha ottenuto, si è dotata anche di un codice etico per la sicurezza e il benessere dei lavoratori. «La concorrenza è forte, gli altri paesi riescono a produrre a prezzi inferiori. Ma noi – conclude Rocca – continuiamo a farlo qui, a Casalvieri». Per garantire l’eccellenza del made in Italy.

Caprai, i vini delle colline umbre puntano ai mercati internazionali

Storie d’impresa. L’ad Marco Caprai scommette su qualità, sostenibilità e il rapporto con il territorio per crescere nel mondo: «L’immagine dell’Italia è strategica. Servono stabilità e meno burocrazia»

Un vitigno che cresce a Montefalco da più di 400 anni, il Sagrantino. Un legame imprescindibile con il territorio, che è diventato il punto di forza dell’azienda. Quel «terroir», sottolinea oggi Marco Caprai, cioè quel connubio tra territorio, vigneto e produttore, che è l’elemento caratteristico dei vini francesi e su cui hanno puntato sin dall’inizio anche nella casa vinicola di famiglia.

Una storia che parte dal 1971, quando Arnaldo Caprai, padre di Marco, imprenditore tessile, decide di acquistare 45 ettari a Montefalco, nel cuore dell’Umbria, per realizzare il sogno di produrre vino. Oggi gli ettari sono 150, e dal 1988 Marco è amministratore delegato. È lui che ha trasformato la passione del padre in un’azienda vinicola strutturata, puntando alla crescita. Nuove vigne, organizzazione manageriale, tecnologie più moderne, ampliamento dei mercati. «L’Italia resta il nostro primo mercato, anche perché siamo grandi consumatori di vino, con 36 litri pro capite contro i 10 degli Stati Uniti. Ma dobbiamo aumentare la nostra presenza anche all’estero», dice Caprai, tornato in Umbria dopo due settimane negli Stati Uniti per visitare i clienti americani. I rapporti vanno coltivati di persona, e Marco Caprai prende la valigia e parte, come ogni buon imprenditore: «Il mercato americano – spiega – è il più ricco e il più competitivo del mondo, va curato con attenzione». Il suo Sagrantino, insieme agli altri vini della cantina (tra cui Montefalco, Pinot nero, Umbria rosso, Umbria bianco, Grechetto) sono presenti in 40 Paesi. L’export rappresenta circa il 35% circa della produzione, l’obiettivo è crescere in tutto il mondo, anche se alcune aree sono molto difficili, come l’Oriente: «È diversa la loro cultura della tavola. In altre zone, come i Paesi arabi, ci sono vincoli religiosi e quindi il vino è una presenza di nicchia. E poi dobbiamo ancora fare i conti con barriere all’ingresso. È fondamentale rilanciare gli accordi commerciali».

Si punta sempre più sulla qualità, sulla valorizzazione del marchio. Il Sagrantino di Montefalco ormai è noto anche oltre i confini italiani: degli 8 milioni di fatturato dell’azienda il Sagrantino ne genera il 25% e della produzione, con un milione di bottiglie l’anno, rappresenta il 12 per cento. Tre bicchieri del Gambero Rosso, Oscar del Vino come Miglior Produttore: la Arnaldo Caprai ha avuto molti riconoscimenti. La cantina è stata completamente rinnovata nel 1997 e la mission aziendale è improntata ai principi della qualità totale, dalla sostenibilità alla conservazione del paesaggio alla tutela della biodiversità. Un lavoro impegnativo, sempre più difficile in questo periodo: «I picchi di aumento dell’energia si sono verificati proprio nel periodo più impegnativo della produzione», dice Caprai. La bolletta è passata da 130mila euro a 400mila «e non so se basteranno». Ma tutto sta crescendo: «Un camion di Co2 che costava 4-500 euro oggi è arrivato a 20mila. E il vetro, sempre che si trovi, è aumentato del 30%». Non c’è visibilità di quando potrà terminare questa situazione: «Sono ottimista, altrimenti non potrei fare questo lavoro». Ma intanto per gli investimenti destinati ad ampliare la cantina preferisce aspettare. Ma certo la burocrazia non aiuta: da tempo stava pensando a un impianto fotovoltaico, ma per le regole in vigore avrebbe dovuto sacrificare la parte migliore della vigna, quelli proprio destinati a Sagrantino. Ora ha partecipato a un bando per utilizzare i fondi legati al Pnrr sulle rinnovabili: «Abbiamo individuato come luogo per i pannelli i tetti di una cantina, realizzando una pensilina». Ma sopra il parcheggio non gliela lasciano costruire: «Ma ci dobbiamo organizzare, abbiamo 30mila visitatori all’anno. È molto importante come comunichiamo il nostro Paese. La credibilità, la stabilità: all’estero ci osservano, e per noi imprenditori che vendiamo nel mondo l’immagine dell’Italia è un fattore di competitività. La conflittualità politica non aiuta, come l’atteggiamento anti impresa ancora troppo presente. Se vogliamo esportare e crescere di più bisogna tenerne conto».

Lungarotti, tradizione e territorio. L’Italia il principale mercato

Vino e arte. L’azienda umbra che ha fatturato 9,5 milioni nel 2021 (+15%) punta su qualità dei vini e ricerca: prodotte 2 milioni e mezzo di bottiglie. Marchio presente in 50 Paesi, dall’estero il 45% del fatturato

Una magnum, da un litro e mezzo, in edizione limitata: 3.300 bottiglie dell’annata 2019, da collezione. Con un look speciale: etichetta total black impreziosita da dettagli dorati. Per il sessantesimo compleanno il Rubesco, storico marchio della cantina Lungarotti, si è vestito a festa. Festeggiamento più che motivato: nel 1962, quando Giorgio Lungarotti creò questa etichetta per il suo vino, a base di Sangiovese e Colorino, non erano molte le cantine in Italia a fare la scelta di valorizzare i marchi, di coltivare la vigna in modo nuovo e scientifico, puntando sulla qualità e sulla ricerca enologica, più che sulla quantità.

Oggi a continuare questo impegno è in prima linea la figlia Chiara, con il ruolo di amministratore delegato. Orgogliosa di tenere alta la tradizione dell’azienda di famiglia, legata al territorio nel cuore dell’Umbria, a Torgiano, e contemporaneamente impegnata ad innalzare la qualità sempre di più e a creare valore, con continui investimenti, «nella vigna, nella cantina, migliorando il modo di coltivare, nel rispetto dell’ambiente, con una innovazione continua». Per rendere quindi il vino Lungarotti, che ha raggiunto le 29 etichette, sempre più elegante e raffinato.

È questa la crescita a cui punta principalmente Chiara Lungarotti, laureata in agraria, con specializzazione in viticoltura. Nel 2000 la tenuta di Montefalco, 20 ettari, si è aggiunta al 230 ettari della tenuta storica di Torgiano. Ogni anno vengono prodotti circa 2 milioni e mezzo di bottiglie. È il mercato interno, spiega Lungarotti, il punto di forza dell’azienda: più della metà della produzione (il fatturato 2021 è stato di 9,5 milioni di euro. +15% rispetto al 2020) resta in Italia, con una presenza capillare, soprattutto in Umbria. L’export quota circa il 45% del fatturato, con i vini Lungarotti venduti in più di 50 paesi nel mondo. Oltre agli Stati Uniti, già dagli anni ’80 Lungarotti è sui mercati lontani come Giappone, Messico, Thailandia. In Europa, il mercato storico è la Germania. «Cresciamo costantemente, ma punto ad uno sviluppo solido, senza fughe in avanti, innalzando la qualità con una maggiore ricerca e innovazione», insiste Chiara Lungarotti. Preoccupatissima per l’attuale fase congiunturale: «ora è difficile fare progetti, la crescita abnorme dell’energia e l’incertezza sulla durata di questa situazione pesa molto sulle scelte». E ciò nonostante l’azienda abbia investito da tempo nella sostenibilità e abbia realizzato un impianto fotovoltaico già dal 2018: copre il 40% del fabbisogno di energia elettrica, una quota importante, ma che non basta a proteggere l’azienda dalle impennate dei prezzi di quest’ultimo periodo.

Si guarda avanti, spingendo su quell’unione tra territorio, prodotto, cultura e arte. E sulla sostenibilità: dal 2018 la tenuta di Torgiano ha la certificazione Viva (in base a quattro indicatori, aria, acqua, vigneto e territorio) e i 20 ettari della tenuta di Montefalco sono coltivati a biologico già dal 2010 e certificati dal 2014.

È quella Lungarotti Experience che viene proposta a turisti ed esperti del settore e che rappresenta l’anima dell’azienda: tour in cantina, racconta Chiara, degustazione di vini e prodotti del territorio, ospitalità tra i vigneti, visite guidate ai musei del vino e dell’olio. Già negli anni ’60 la scelta del nome della prima etichetta, Rubesco, esprime la complessità del messaggio aziendale: parola che viene dal latino rubescere, arrossire, scelto dalla madre di Chiara, Maria Grazia, negli anni 50 laureata in storia dell’arte. Sua la scelta delle immagini delle etichette, prima la Torre di Giano, poi la fontana Maggiore di Perugia, per testimoniare il rapporto stretto tra il capoluogo umbro e le campagne intorno. Sua la scelta anche del nome del bianco, Torre di Giano (i primi due vini che 1968 valgono alla zona uno dei primi riconoscimenti a Denominazione di origine controllata d’Italia). È stata Maria Grazia, racconta la figlia, a volere con il marito Giorgio il Museo del vino di Torgiano, nel 1974, e più recentemente, nel 2000, il Museo dell’Olivo e dell’Olio, gestiti dalla Fondazione Lungarotti Onlus. «Abbiamo creduto da subito che attorno al vino si dovessero valorizzare cultura, arte e territorio», dice Lungarotti, che in azienda è affiancata dalla sorella Teresa e dai nipoti Francesco e Gemma.

Non a caso il museo non è un museo aziendale: «è un museo del vino, ci sono reperti archeologici, contenitori in ceramica del Medioevo, del Barocco, del Rinascimento, contemporanei. Ci sono testi di enologia, tessuti e altre testimonianze del mondo del vino». Lo stesso spirito che anima il museo dell’olio «un prodotto che abbiamo aggiunto per completare la nostra offerta, con un approccio di nicchia e di eccellenza». Vino e insieme cultura: una contaminazione rappresentata dall’opera Triple Twist dell’artista Beverly Pepper, americana e umbra di adozione, installata nel 2019 in uno spazio esterno della cantina di Torgiano affinché fosse visibile a tutti. Un obelisco di marmo di Carrara, alto 7 metri, che svetta verso il cielo torcendosi, per simboleggiare la dualità della vite: protesa verso il firmamento, ma che resta ben radicata a terra. Simbolo della vite, e dell’azienda.

Più sostenibilità per Monini: piano 2020-2030 da 25 milioni

L’azienda con sede a Spoleto leader nel mercato dell’olio cresce puntando su tradizione e tecnologia. Fatturato 2021 a 159 milioni, il 48% dall’export. Maria Flora Monini: «Obiettivo qualità»

Un milione di olivi da piantare in dieci anni, un polmone verde. Un’azione già cominciata, negli spazi ancora liberi vicino al frantoio del Poggiolo, a Spoleto. E poi in Toscana, vicino a Massa Marittima, e in Puglia. «È uno dei pilastri del nostro piano di sostenibilità», dice Maria Flora Monini. Qualche numero: un milione di olivi cattura 50mila tonnellate di C02, pari alle emissioni annue di 25mila automobili. Saranno destinati ad agricoltura biologica, nel rispetto dell’ambiente e ad aumentare la produzione, con materia prima italiana.

È quel rispetto e orgoglio della terra che ha spinto nonno Zefferino, nel 1920, a intuire il valore degli olivi e dell’olio, spingendolo a crearne un’attività. Una tradizione di lungo corso che ha portato la Monini ad acquisire una leadership sul mercato. «Crediamo moltissimo al tema della sostenibilità, la terra ci ha dato e ci dà tanto, dobbiamo rendere ciò che riceviamo», dice Maria Flora, nipote del fondatore, che insieme al fratello Zefferino, è al vertice dell’azienda. Lui concentrato sul prodotto, «mastro oleario», presidente e amministratore delegato, lei su valorizzazione del marchio e comunicazione, ambedue sul ponte di comando in perfetta sintonia.

Il programma di investimenti è consistente: per il Piano di sostenibilità 2020-2030 sono già stati spesi 10 milioni di euro, che dovrebbero arrivare a 25 nei dieci anni. Un impegno che Maria Flora vuole assolutamente rispettare, anche se in questa fase la situazione è preoccupante: «Tra aumento delle materie prime e delle bollette abbiamo stimato che quest’anno avremo un aumento dei costi tra i 2 e i 3 milioni. E non so se è una previsione congrua, per difetto o per eccesso».

Difficile fare impresa in una situazione così volatile, in un mercato maturo «complessivamente in calo come consumi» e molto competitivo come quello dell’olio d’oliva. «Sugli scaffali dei negozi e dei supermercati c’è una pletora di marchi. Un numero di bottiglie che confonde il consumatore, che spesso sceglie in base alle promozioni decise dalla grande distribuzione. La fedeltà al marchio nel nostro settore si aggira attorno al 20%, bassa rispetto ad altri prodotti. Si sceglie soprattutto in base al prezzo e si combatte sui centesimi». Ci sono anche molti falsi miti da sfatare, come alcuni pregiudizi sull’olio d’oliva prodotto dalle industrie: «i nostri prodotti devono superare circa 14 controlli, passiamo sotto la lente d’ingrandimento di verifiche che non sono previste per l’olio che si acquista direttamente ai frantoi».

Ecco quindi il grande impegno sulla qualità, sulla sostenibilità, sulla valorizzazione del marchio. La crescita dell’azienda è la riprova che questo sforzo paga: il fatturato 2021 è stato di 159,300 milioni, in crescita, così come la produzione, 34,5 milioni di litri di olio, con 139 dipendenti. È l’export la molla dello sviluppo, che rappresenta circa il 48% del fatturato. I mercati che crescono di più sono il Nord Europa, il Giappone, la Cina, l’Est Asiatico, l’Australia e la Francia.

«Tutto si produce a Spoleto», sottolinea con orgoglio l’imprenditrice umbra. Il frantoio del Poggiolo è il centro di produzione e laboratorio di qualità dell’azienda, che ha la sede a Eggi, alle porte di Spoleto. Il frantoio è un mix di tradizione e modernità, con gli impianti super tecnologici accanto ad ambienti con soffitti a capriate, travi in legno e pavimenti in cotto, per ospitare appassionati di olio, professionisti del settore e organizzare convegni.

La tradizione centenaria, simboleggiata dall’immagine della mano che spreme le olive, è un valore. «Ma le sfide sono continue». La selezione della materia prima, innanzitutto. La produzione nazionale di olive è un terzo del fabbisogno italiano. Monini, spiega Maria Flora, utilizza materie prime selezionate sulla base di rigorosi indici di qualità: «Controlliamo tutta la filiera per tutto l’anno, con migliaia di analisi. Abbiamo i nostri fornitori di fiducia ma scegliamo in base all’annata e la decisione finale è affidata all’assaggio di mio fratello. Se dopo aver ricevuto la fornitura l’olio non rispetta i nostri standard viene reso al fornitore».

Ogni generazione ha lasciato la sua impronta: nonno Zefferino ha puntato sull’olio extravergine d’oliva, scelta che ha fatto la differenza; «mio padre ha puntato sulla bottiglia scura del Gran Fruttato, perché l’olio si rovina alla luce». Ora lei e il fratello sono concentrati sul biologico, scelta che va a braccetto con la sostenibilità. Oltre agli olivi ci sono le api: «Insetti necessari in natura, per questo sosteniamo apicoltori e associazioni ambientaliste che se ne occupano». E poi c’è l’impegno nella ricerca, insieme alla Fondazione Veronesi: «Attraverso un bando finanziamo gli studi di un ricercatore sull’importanza dell’olio per il nostro metabolismo».

L’attenzione al territorio si traduce anche in sostegno alla cultura: la Fondazione Monini ha acquistato Casa Menotti, a Spoleto, la casa dal fondatore del Festival dei Due Mondi, facendone il centro di documentazione del Festival, aperto gratuitamente al pubblico, e con borse di studio finanzia giovani artisti.

Creatività e glamour, dopo San Lorenzo Soho House apre a Brera

L’Italia: «per me è veramente speciale. Molti dei nostri membri, a livello internazionale, la amano». Parte da questo amore la scelta di Nick Jones di aggiungere alle Soho House di tutto il mondo, ormai una trentina, anche il nostro Bel Paese. Debutto, Roma: tre mesi fa ha aperto le porte Soho House nella Capitale, in un edificio nel quartiere San Lorenzo. A breve seguirà Milano, in via Brera: «apriremo presto, stiamo definendo i dettagli, offriremo qualcosa di veramente speciale ai nostri soci».

E non si fermerà a quota due: «ci piacerebbe avere altre Soho House in Italia – annuncia per la prima volta – in Toscana o nella Costiera amalfitana». La crescita continua è nelle corde di Jones, che dalla prima Soho House fondata nel 1995 a Londra, ora è al vertice, come ceo e azionista principale, di una rete di club presente nelle città e località più glamour del mondo, con un numero di soci arrivato a 130mila. Celebrities, ma non solo: ciò che Jones cerca è l’originalità e la creatività come comuni denominatori dei soci.

È stato questo il motivo che ha fatto ricadere la scelta su San Lorenzo come zona dove aprire il club nella Capitale, piena di studi di artisti. Una scommessa sulla zona e sulla Capitale, prima ancora di Milano: «abbiamo trovato un edificio adatto, con grandi spazi e un incredibile roof top, con piscina e ristorante. E l’abbiamo realizzato nei tempi stabiliti, solo con qualche ritardo legato al Covid. Abbiamo molta fiducia in Roma, penso che possa aggiungere molto ai nostri soci nel mondo».

Inoltre, aggiunge Jones, «c’è molto fermento ora nella città, stanno aprendo molti nuovi posti stimolanti, ho incontrato molti membri che fanno attività interessanti e creative». Creatività è la parola chiave: «non bisogna lavorare necessariamente in questo settore, ma ciò che cerchiamo nei nostri soci è il saper essere creativi qualsiasi cosa facciano. Ci sono persone creative in qualsiasi lavoro».

Anche Soho House, quindi, è un tassello di una ritrovata capacità di Roma di attrarre investimenti e di riportare nella Capitale protagonisti internazionali. Ristorante, bar, una terrazza con piscina che domina la città, alle pareti dell’edificio opere d’arte di artisti italiani e internazionali, spazi per lavorare e dialogare, guardare un film. «Tutto questo si può fare all’interno delle Soho House, sotto le stesso tetto, per una quota associativa ragionevole», spiega Jones. E anche soggiornare: a Roma ci sono disponibili 40 camere, più 20 appartamenti per chi ha bisogno di restare più a lungo.

«Gli appartamenti per lunghi soggiorni ci sono stati sollecitati dai nostri soci, ci stavano chiedendo di avere una casa anche quando sono lontani dalla propria». Ora questa esigenza è stata soddisfatta: «è un processo di apprendimento, quando aggiungiamo ai club qualcosa di nuovo sono molto contento del risultato».

Nel processo di crescita Jones ha deciso la quotazione, a New York. È riuscito a raccogliere 420 milioni di dollari con l’Ipo, secondo Bloomberg la capitalizzazione di mercato è di 2,8 miliardi di dollari: perché la quotazione e qual è la strategia? «questa scelta ci ha permesso di finanziare meglio Soho House e le altre attività all’interno di Membership Collective Group», spiega Jones, che è al vertice anche di MCG, la società cui fanno capo Soho House e altri brand come Scorpios Beach club a Mykonos, Soho Home, Soho Works, The Ned a Londra. «Ma la quotazione non ha cambiato e non cambierà i valori di Soho House: la cosa più importante per noi è migliorare le membership, stiamo aggiungendo nuove case e continuiamo a sviluppare la Soho App per integrare l’esperienza fisica e digitale e offrirla ai nostri soci».

Londra, Parigi, Tel Aviv, Texas, Caraibi: tutti i posti scelti con cura e selezionati. «Ogni casa ha un sapore molto locale, legato ai membri dei singoli posti, il nostro team prende ispirazione dall’edificio, dal quartiere. Offriamo un sapore autentico insieme ad un appeal globale. Visito le case, parlo con i soci, e posso contare su un team eccellente, che comprende ciò che vogliamo realizzare per i nostri membri. Non potrei fare a meno di loro». Un team che spesso parla italiano, come Cecconi’s, a Miami, gestito da italiani, una delle house più note.

Alberto Marenghi presidente delle aziende storiche e familiari internazionali

Nell’associazione ci sono 51 membri: 13 italiani, 15 francesi, 10 giapponesi, 4 tedeschi, 3 svizzeri, 2 olandesi, 2 belgi, 1 inglese e 1 austriaco.

«Un modello per il futuro, caratterizzato da una sana crescita». Per Alberto Marenghi la governance familiare resta un valore e un punto di forza. È questo il messaggio che ha voluto dare ieri, appena eletto all’unanimità presidente dell’associazione Henokiens, nata 40 anni fa, che riunisce a livello internazionale le aziende familiari con almeno 200 anni di storia e che hanno la famiglia come azionista, oltre ad almeno un membro nella governance. «È una grande comunità di aziende e persone, che condividono soprattutto valori umani ricevuti da chi ci ha preceduto e che ci sforziamo di trasmettere», ha detto Marenghi, ad di Cartiera Mantovana, azienda di Maglio di Goito, in provincia di Mantova. La fondazione risale addirittura al 1615, quando il duca di Mantova, Ferdinando Carlo Gonzaga, autorizzò Angelo da Fano a produrre carta, con una fabbrica sull’acqua. Oggi l’azienda ha due stabilimenti in Italia, ed è fornitore delle più importanti realtà europee nel settore dell’imballaggio.

Marenghi, che è anche vice presidente di Confindustria con la delega all’Organizzazione, è l’undicesimo presidente degli Henokiens, ruolo che assumerà dal primo gennaio. Il suo obiettivo è duplice: allargare il numero dei soci, «anche se non troppo velocemente per mantenere la nostra unità» e «rafforzare il modello dell’impresa familiare». Le aziende familiari sono protagoniste importanti nel sistema economico di tutti i paesi, il settore prioritario è il manifatturiero (in Italia il 49%, in Germania 43%, 29% Francia e 27% Spagna), secondo settore è il commerciale, con un livello simile. In Italia sono 8 le imprese con un fatturato sopra i 5 miliardi, contro i 21 della Francia, 43 della Germania e 10 della Spagna. In termini di leadership circa il 73% delle realtà italiane ha un membro della famiglia come ceo, contro il 59% della Francia, il 17% della Germania e l’81% della Spagna. Nell’associazione ci sono 51 membri: 13 italiani, 15 francesi, 10 giapponesi, 4 tedeschi, 3 svizzeri, 2 olandesi, 2 belgi, 1 inglese e 1 austriaco. Prima di Marenghi gli italiani che hanno presieduto l’associazione sono stati Ugo Gussalli Beretta, Riccardo Piacenza Pina Amarelli.