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Il Ricambio.
Una nuova classe dirigente per il futuro dell’Italia

Di Nicoletta Picchio

Venti ritratti da cui emerge una generazione di trenta-quarantenni che sente il peso del sistema Paese, ma cerca nuove strade ed è portatrice di nuovi messaggi. Questi giovani si sentono cittadini del mondo rispetto ai loro genitori, spesso hanno studiato all’estero e sono consapevoli di dover competere in un mondo globale, dove non ci sono sconti per nessuno, dove non valgono i protezionismi ma le regole del mercato e della concorrenza. Contemporaneamente però avvertono il valore delle radici, dell’impresa, del made in Italy. Li unisce una fiducia nel futuro e nelle possibilità dell’Italia di farcela. Una fiducia che è, a quanto pare, il tratto saliente di questa nuova classe dirigente.

Prefazione di Ferruccio De Bortoli

Nicoletta Picchio conosce bene gli imprenditori italiani. Ne de scrive da tempo gesta e imprese, non sempre fauste, su Il Sole 24 Ore. Lo fa con competenza e grazia: doti rare. E nessuna indulgenza. In questa serie di interviste a giovani imprenditori o a manager affermati, con alle spalle famiglie celebri e non, tradisce un po’ di simpatia. La si può perdonare. Chiunque di noi, al posto suo, avrebbe fatto altrettanto. In una società anziana, ripiegata su se stessa, a volte egoista e rassegnata, come si può non nutri re simpatia per giovani che vogliono affermarsi, credono nel loro Paese, hanno fiducia nel lavoro e nell’ingegno italiani? Lo fanno per ambizione e denaro, sì perché no? Ma, nel leggere questi ritratti, troverete anche una generazione che cerca nuovi valori e mostra orgoglio per quello che fa, sicura di creare benessere un po’ per tutti. E poi, aspetto non secondario, con una formazione internazionale e curricula invidiabili, è gelosa della propria italianità. Sente su di sé la pesantezza, e a volte la falsità, di giudizi sommari dati sul nostro Paese, combatte luoghi comuni diffusi. E proprio perché ha goduto del privilegio di una formazione internazionale, ha rinsaldato legami e radici con la propria terra natale. Una generazione formata da giovani che si sentono più cittadini del mondo rispetto ai loro genitori. E, nello stesso tempo, senza alcuna contraddizione, ancor di più cittadini italiani.

Caratteri diversi e personalità anche opposte. Questi giovani cavalli di razza dell’imprenditoria italiana hanno qualcosa in comune: la consapevolezza di doversi battere su un mercato globale con la forza delle idee, con il valore dei marchi e con un co stante, persino feroce, aggiornamento. Non ci sono più porti si curi, protezioni di nessun genere, né geografiche né politiche. Non sfuggono, come molti leader più anziani di loro, alla competizione mondiale, l’affrontano a viso aperto.

Roberto Nicastro, amministratore delegato della banca retail di Unicredit, quattromila sportelli da gestire dopo l’integrazione con la tedesca Hvb, ricorda il prezioso insegnamento ricevuto al la Salomon Brothers: «Ogni giorno una prova, venivamo misura ti sul problem solving». Pragmatismo anglosassone, etica del la voro quasi calvinista. Nicastro rivendica un maggior rispetto del le regole, ma soprattutto un’etica non legale, più sanzioni morali. Si può fallire ma non perdere la reputazione.

È un concetto che riprende, nel colloquio con Nicoletta Picchio, anche Paolo Vagnone, amministratore delegato della Ras. Famiglia piemontese con antiche radici nell’industria meccani ca, una passione per l’ingegneria, ma anche qui il segno indelebile di una formazione di qualità: all’Insead di Fontainbleu. «Nel mio corso c’erano studenti di 33 Paesi». E poi le assicurazioni. Un mondo generalmente chiuso, con carriere rigidamente inter ne e a scarsa mobilità. E subito con Vagnone, esperienza McKinsey come quella del suo predecessore Greco, un approccio total mente diverso per un business tradizionale. Più attenzione al marketing, alla comunicazione, al rapporto con la clientela. «Le compagnie danno lavoro a migliaia di persone ma hanno un’immagine pessima. Il primo a essere insoddisfatto sono io».eon James Ferragamo, una giovinezza passata fra il Borro in Toscana e la New York University è un po’ il prototipo di questi post-italiani globalizzati, ma mostra una grande consapevolezza di quanto siano importanti i valori del suo Paese, fra cultura, sto ria e moda, incastonati nel marchio di famiglia. La terza generazione dei Ferragamo si è divisa efficacemente i compiti lungo una linea successoria tracciata dai genitori con l’assistenza di Ambrosetti. Beatrice Trussardi ha garantito al proprio gruppo insieme alla madre Maria Luisa, dopo la prematura scomparsa del padre, nuove linee di sviluppo e soprattutto ha intuito quanto fosse strategico il legame fra moda, design e arte moderna. Matteo Colaninno ha ereditato la concretezza, tutta padana, del pa dre Roberto, ma vi ha aggiunto una diversa determinazione. Se vogliamo persino maggior mordente. Jonella Ligresti è in prima fila nel raccogliere l’eredità imprenditoriale del gruppo fondato dal padre Salvatore. E così Paolo Merloni, Vincenzo Franza e molti altri.

Storie straordinarie di giovani preparati e consapevoli del ruolo che li attende. Un filo li unisce: una grande fiducia nel loro Paese. Non credo sia di facciata, come spiega Nicoletta Picchio. Penso sia autentica e spero ardentemente che sia anche contagiosa. E costituisca il tratto saliente di una nuova classe dirigente che smetta di pensare troppo al passato e alla pensione e recuperi quello spirito pionierisco del dopoguerra. Così lo chiama Vagnone. «L’Italia è cresciuta grazie a persone che sono partite da zero». Uno spirito italiano di cui essere fieri. Nuovo e antico nel lo stesso tempo.