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Gemar, quando i palloncini diventano un’opera d’arte

A Casalvieri (Frosinone). Nel calendario 2024 la collaborazione con l’artista neo futurista Marco Lodola Dopo il forte calo del mercato russo, ucraino e mediorientale, l’azienda guarda ora alle Americhe

Un primato con un prodotto particolare, che non immediatamente si associa al made in Italy, ma che ci vede leader in Europa e nel mondo, esempio di qualità, originalità, fantasia, creatività.

Si tratta dei palloncini, e la Gemar da Casalvieri, in provincia di Frosinone, li esporta in tutto il mondo. Una storia italiana, cominciata più di 120 anni fa, con Angelo Rocca, nato nel 1884: emigrato in Francia per aiutare il cognato, famoso produttore artigianale di palloncini, vendeva palloncini come ambulante. Tornato a 18 anni a Casalvieri ha lasciato il banco in piazza e avviato una prima produzione artigianale.

I nomi di famiglia si tramandano, uno dopo l’altro: Angelo il capostipite, poi il figlio Genesio, poi di nuovo Angelo e ora Genesio, 47 anni. «Il mio bisnonno Angelo ha avuto l’intuizione di rendere il palloncino una produzione artigianale, mio nonno Genesio ha avuto la visione di passare dall’artigianato all’industria, mio padre Angelo ha puntato sull’aumento della produzione, sull’innovazione tecnologica», racconta Genesio, che con i genitori e la sorella è alla guida dell’azienda. «All’innovazione, di processo e di prodotto, alla continua ricerca di colori, modelli, soluzioni, ho aggiunto l’affermazione del marchio e l’espansione all’estero».

I palloncini della Gemar addobbano feste ed eventi in oltre 50 paesi in 5 continenti. La produzione è tutta solo made in Italy, nello stabilimento di Casalvieri, dove lavorano 150 persone e ogni giorno escono 6 milioni e mezzo di palloncini. In Uk e negli Usa ci sono sedi commerciali e di distribuzione. Complessivamente il fatturato è di 60 milioni. Dopo il Covid gli anni 2021 e 2022 sono stati un vero boom. «Il 2024 si preannuncia buono, stiamo tenendo, anche se – dice Genesio – dobbiamo fare i conti con alcuni mercati per noi importanti che si sono chiusi: Ucraina, Russia, Medio Oriente. Questa situazione geopolitica ha pesato sul nostro export. Ma puntiamo a crescere in altre aree, a partire dalle Americhe».

Non ci sono solo le feste dei bambini: i palloncini sono richiesti negli eventi aziendali, ai matrimoni, a qualsiasi tipo di celebrazione. Personalizzati e con creazioni ad hoc. «Abbiamo in azienda i nostri maestri d’arte, i nostri decoratori», dice Rocca.

E arrivano ad essere opere d’arte: la collaborazione con gli artisti per Gemar è prioritaria, una vera e propria passione. Ultima novità è il calendario 2024 realizzato con Marco Lodola, con il palloncino che diventa mezzo espressivo dinamico. La collezione del calendario, che si chiama “Lodola per Gemar”, presenta una serie di opere dove l’artista, noto per lo stile neo futurista, integra i suoi lavori con cornici fatte interamente di palloncini colorati. Non sono decorazioni, ma fanno parte dell’opera e sono state create a Lodolandia, il laboratorio creativo dell’artista a Pavia. Il calendario è l’ultimo tassello: ma, sottolinea Rocca, il legame con l’arte è di vecchia data ed è sempre stata una passione della famiglia. Grazie, ovviamente, alla qualità e versatilità del prodotto. Un esempio: i palloncini Gemar sono protagonisti del Balloon Museum, l’allestimento itinerante animato da palloncini, opere gonfiabili, dove l’aria viene considerata uno strumento artistico.

Passione per l’arte e impegno sulla sostenibilità. In azienda lavorano ricercatori per innovare costantemente i materiali, per aumentare la resistenza, consentire una sempre maggiore creatività. La sostenibilità è stata rispettata sin dal primo momento, perché, spiega Rocca, la materia prima è lattice di gomma naturale, che arriva esclusivamente dall’area tropicale. L’azienda ha adottato il report di sostenibilità già dal 2018, che viene certificato da una società terza. Il processo di fabbricazione utilizza per oltre il 90% materiali rinnovabili. L’azienda, tra le varie certificazioni che ha ottenuto, si è dotata anche di un codice etico per la sicurezza e il benessere dei lavoratori. «La concorrenza è forte, gli altri paesi riescono a produrre a prezzi inferiori. Ma noi – conclude Rocca – continuiamo a farlo qui, a Casalvieri». Per garantire l’eccellenza del made in Italy.

Bonomi: «Costituzione stella polare per l’impresa»

Assemblea di Confindustria. «La democrazia è il cuore di un sistema produttivo plurale e aperto»

Le nuove sfide: multipolarismo, bilancio pubblico europeo e impresa come spazio democratico

La democrazia come «valore universale», senza il quale «non possono esserci né mercato, né impresa, né lavoro, né progresso economico e sociale, cuore di un sistema produttivo plurale e aperto, che ha reso la nostra economia una delle più avanzate al mondo». Principi che hanno nella Costituzione «una stella polare». E nel sistema imprenditoriale un protagonista: «siamo convinti che le industrie siano fabbriche di coesione sociale, libertà, diritti e democrazia» e l’impresa «è lo spazio democratico in cui i valori del bene comune e della responsabilità sociale devono manifestarsi nella loro concretezza».

Il legame tra democrazia ed economia, il ruolo dell’impresa per garantire libertà e coesione, insieme al sentire come «essenziale il dovere di garantire e difendere l’impegno per un lavoro degno»: in un mondo così complesso, dove la democrazia sta regredendo a favore di regimi autoritari o ibridi, il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, nella relazione all’assemblea di ieri, dal titolo “Impresa, lavoro e democrazia: la strada della Costituzione”, ha messo da parte i problemi congiunturali ed ha scelto di riflettere sui valori che sono punto di riferimento del paese, della sua comunità civile ed economica.

In prima fila, nella Giornata internazionale della democrazia, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che per la prima volta ha preso la parola (in passato era stato presente, ma non era mai intervenuto): una novità che sottolinea il ruolo essenziale degli imprenditori e dei corpi intermedi come attori sociali del paese. È al Capo dello Stato che Bonomi si è rivolto nelle prime battute, ritenendo che debba continuare ad essere «garante della Costituzione, certi che continuerà a far sentire la sua voce ferma a tutela dei principi della democrazia». E alla sua presenza e alle sue parole la platea ha riservato lunghi applausi e standing ovation. In prima fila anche la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e moltissimi rappresentanti del governo e delle istituzioni. Occasione colta da Bonomi per chiedere «riforme istituzionali condivise», che assicurino governabilità, competitività, inclusione sociale, evitando atteggiamenti divisivi.

Il discorso di ieri è in continuità, ha sottolineato Bonomi, con l’Udienza di Papa Francesco all’assemblea dell’anno scorso in Vaticano. Sfida internazionale, quella europea, vocazione delle imprese italiane, le riforme: quattro i capitoli del discorso. Uno sguardo ampio per ribadire l’importanza di costruire «nuovi equilibri nel segno dei multipolarismo», un impegno necessario per le economie occidentali e i paesi del G7 a diventare partner affidabili dei paesi africani. Confindustria lavorerà in questa direzione quando l’Italia assumerà la presidenza del G7, affidando «auspicabilmente» a Confindustria sarà affidato il coordinamento delle organizzazioni imprenditoriali.

Bonomi ha citato più volte il presidente Mattarella, riconoscendosi nei suoi numerosi interventi: «sono onorato dalle parole del presidente della Repubblica che ha riconosciuto l’importanza delle imprese per lo sviluppo del paese». Piena sintonia anche sulla condanna della guerra in Ucraina, su cui ha ringraziato anche il presidente del Consiglio per il sostegno a Kiev.

Serve un’Europa unita, come nella pandemia: senza fondi sovrani comuni europei c’è il rischio, ha detto il presidente di Confindustria, che si possa spezzare il mercato unico. «Cruciale» è la questione del bilancio pubblico europeo. Se la Costituzione pone il lavoro al centro della Repubblica, occorre che «la politica garantisca un quadro di regole in cui l’iniziativa economica si possa svolgere liberamente e in leale concorrenza». Il lavoro «libero e sicuro è la pietra angolare del nostro impegno». Sono i contratti collettivi ad assicurarlo: «la tutela della sicurezza si fonda sul lavoro, presuppone regole chiare e si basa sulla prevenzione». Come è solo attraverso la contrattazione che si può avere un salario «giusto». L’introduzione di un salario minimo, senza misure per valorizzare la rappresentanza, «non risolverebbe la grande questione del lavoro povero, né la piaga del dumping contrattuale».

Bonomi: «Fare le riforme Fondamentale l’alleanza tra pubblico e privato»

Fare le riforme e stimolare gli investimenti delle imprese, in una collaborazione pubblico-privato. Carlo Bonomi fa un passo indietro, alla nascita del Pnrr: «la Ue si era resa conto di dover dare un boost all’economia dopo il periodo pandemico. Il piano avrebbe dovuto portare l’Italia a realizzare una serie di riforme, in un’ottica di co-programmazione con i corpi intermedi. Così non è stato, il 90% dei progetti del Pnrr erano già esistenti». Oggi ci si interroga su come andare avanti: «come tutti gli imprenditori, sono ottimista. Ma questo non significa non essere preoccupati. Guardo i dati, dei quasi 30 miliardi di investimenti che avremmo dovuto fare nel 2022, non siamo arrivati a 15 nell’anno scorso. Accelereremo? Me lo auguro. Ma non c’è quella leva finanziaria che l’investimento pubblico deve avere sul privato. È la grande sfida contenuta nel Pnrr, stimolare gli investimenti privati, specialmente nelle transizioni».

Per raggiungere gli obiettivi di Fit for 55 l’Italia, ha sottolineato il presidente di Confindustria, deve investire 1.100 miliardi, nel Pnrr ce ne sono 60-70, ciò vuol dire che il resto devono investirlo famiglie e imprese. «L’alleanza pubblico-privato è fondamentale, il privato da solo non ce la può fare, ma neanche il pubblico». E poi occorrono le riforme: le risorse del Pnrr sono importanti, ma lo sono soprattutto le riforme previste dal piano, «che ci devono consentire di realizzare uno Stato moderno e inclusivo», ha insistito il presidente di Confindustria, nell’evento “Pavia capitale della cultura d’impresa 2023”.

«Il paese deve capire che l’industria è un asset strategico, non un problema ma la soluzione, noi siamo a disposizione». Serve più Europa: «ma un’Europa con una visione, non una Ue che sia una somma di interessi. È sbagliato rispondere a Usa e Cina con una deroga agli aiuti di Stato, penalizza i paesi che hanno meno spazio fiscale e amplia il gap». E anche sui tassi di interesse «non si può andare sempre avanti con la visione tedesca, va bene contenere l’inflazione, ma attenzione che non si entri in recessione».

L’industria, ha concluso Bonomi, ha dimostrato di essere forte e competitiva: «siamo molto contenti di sentire il presidente del Consiglio dire di non voler disturbare chi fa impresa, che il lavoro non si crea per decreto ma lo creano le imprese. Ma chi meglio di un imprenditore sa cosa serve alle imprese. Ogni tanto qualche consiglio andrebbe colto».

Pmi Day 2022, adesioni record alla scoperta del Made in Italy

Confindustria. Iniziativa della Piccola Industria alla sua 13esima edizione: studenti invitati a conoscere «la bellezza del saper fare italiano»

Un’adesione record. Il doppio dello scorso anno: sono più di mille le aziende che hanno deciso di aderire al Pmi Day 2022. Hanno creato uno scambio tra chi deve entrare nel mondo del lavoro e chi cerca personale, protagoniste le giovani generazioni. Ma non solo: ci si apre anche alle istituzioni, per far percepire sempre di più il ruolo dell’impresa come comunità, protagonista del territorio.

«Il Pmi Day è una grande festa in cui gli imprenditori ascoltano i giovani, un confronto in cui si disegna insieme il futuro», è il messaggio che ha voluto dare Giovanni Baroni, presidente della Piccola industria di Confindustria. È la Piccola che dal 2010 organizza questo evento, insieme alle associazioni del sistema confindustriale. Un’iniziativa che anno dopo anno si è ampliata, aumentando i numeri dei partecipanti e delle organizzazioni coinvolte, inserita nella Settimana della Cultura d’impresa e nella Settimana europea delle Pmi.

Il tema scelto per quest’anno, tredicesima edizione, è “La bellezza del saper fare italiano”, quel made in Italy che vince nel mondo, come dimostra il record di 600 miliardi di export appena raggiunto a settembre 2022 rispetto a ottobre 2021. La bellezza come fattore competitivo, che nasce dall’attitudine alla cura delle produzioni, esprime la capacità di innovazione e la creatività ed è anche un vero e proprio patrimonio di saperi e tradizioni, ispirate dalla storia e dalla cultura delle comunità e dei territori di cui le Pmi sono parte integrante.

«Vogliamo raccontare ai ragazzi il valore economico e sociale delle nostre imprese per le comunità e la bellezza delle nostre produzioni, perché fare impresa significa poter tracciare la propria strada. Per questo è importante che i giovani conoscano le realtà aziendali e inquadrino le nuove opportunità professionali, anche in modo da orientare il proprio percorso formativo», ha detto Baroni, che ha partecipato all’evento organizzato da Confindustria Campania presso il Centro di produzione Rai di Napoli, dove gli imprenditori di Piccola industria Campania hanno incontrato gli alunni dell’ultimo anno di cinque istituti superiori provenienti da tutte le province campane.

Le scuole coinvolte in questa edizione sono 600 tra medie e superiori, e circa 48mila i partecipanti. Complessivamente dal 2010 ad oggi le Pmi di Confindustria hanno aperto le porte a oltre 472mila ragazzi. Altissima la partecipazione del sistema Confindustria, con più del 97% delle associazioni territoriali che hanno aderito, insieme a Acimit, Assoststema, Confindustria Moda, Federchimica e Federmeccanica. Una testimonianza evidente del grande interesse da parte degli imprenditori ad avvicinare i giovani al mondo dell’impresa, attraverso incontri e visite guidate nelle aziende. Oltre agli studenti la manifestazione coinvolge le famiglie, gli insegnanti, le istituzioni locali, la stampa per confrontarsi e raccontare il valore dell’impresa sul territorio. Per i ragazzi è l’occasione di vedere i processi produttivi delle aziende, protagoniste del made in Italy, la loro capacità di innovare e di fare ricerca. L’iniziativa non si era interrotta nemmeno durante la pandemia, con il racconto dell’impresa in modo digitale, con visite virtuali e filmati.

Dall’anno scorso la Giornata nazionale delle Piccole e medie imprese ha il patrocinio del Ministero dell’Istruzione e della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome. Da anni inoltre prosegue la partnership in alcuni territori con Confagricoltura (Alessandria, Bergamo, Brescia e Taranto). Il Pmi Day ha anche un’impronta internazionale: Confindustria Albania, Bulgaria e Serbia, negli Usa è realizzato dalla Miami Scientific Italian Community, insieme all’Ambasciata d’Italia a Washington.

«Scuola e impresa sono due mondi che devono correre parallelamente e alimentarsi reciprocamente, magari proprio attraverso la bellezza. Vogliamo raccontare ai ragazzi quanta ce n’è nel fare ricerca, produrre con qualità, innovare, fare formazione, nell’essere comunità che lavora su visioni condivise e crede nei giovani», commenta Claudia Sartirani, coordinatore nazionale del Pmi Day. «Un imprenditore – ha concluso Baroni – resta studente tutta la vita, con la propensione al cambiamento, la curiosità, l’energia che contraddistinguono i ragazzi. Sono questi i fattori chiave che portano sui mercati globali la bellezza del made in Italy».

Caprai, i vini delle colline umbre puntano ai mercati internazionali

Storie d’impresa. L’ad Marco Caprai scommette su qualità, sostenibilità e il rapporto con il territorio per crescere nel mondo: «L’immagine dell’Italia è strategica. Servono stabilità e meno burocrazia»

Un vitigno che cresce a Montefalco da più di 400 anni, il Sagrantino. Un legame imprescindibile con il territorio, che è diventato il punto di forza dell’azienda. Quel «terroir», sottolinea oggi Marco Caprai, cioè quel connubio tra territorio, vigneto e produttore, che è l’elemento caratteristico dei vini francesi e su cui hanno puntato sin dall’inizio anche nella casa vinicola di famiglia.

Una storia che parte dal 1971, quando Arnaldo Caprai, padre di Marco, imprenditore tessile, decide di acquistare 45 ettari a Montefalco, nel cuore dell’Umbria, per realizzare il sogno di produrre vino. Oggi gli ettari sono 150, e dal 1988 Marco è amministratore delegato. È lui che ha trasformato la passione del padre in un’azienda vinicola strutturata, puntando alla crescita. Nuove vigne, organizzazione manageriale, tecnologie più moderne, ampliamento dei mercati. «L’Italia resta il nostro primo mercato, anche perché siamo grandi consumatori di vino, con 36 litri pro capite contro i 10 degli Stati Uniti. Ma dobbiamo aumentare la nostra presenza anche all’estero», dice Caprai, tornato in Umbria dopo due settimane negli Stati Uniti per visitare i clienti americani. I rapporti vanno coltivati di persona, e Marco Caprai prende la valigia e parte, come ogni buon imprenditore: «Il mercato americano – spiega – è il più ricco e il più competitivo del mondo, va curato con attenzione». Il suo Sagrantino, insieme agli altri vini della cantina (tra cui Montefalco, Pinot nero, Umbria rosso, Umbria bianco, Grechetto) sono presenti in 40 Paesi. L’export rappresenta circa il 35% circa della produzione, l’obiettivo è crescere in tutto il mondo, anche se alcune aree sono molto difficili, come l’Oriente: «È diversa la loro cultura della tavola. In altre zone, come i Paesi arabi, ci sono vincoli religiosi e quindi il vino è una presenza di nicchia. E poi dobbiamo ancora fare i conti con barriere all’ingresso. È fondamentale rilanciare gli accordi commerciali».

Si punta sempre più sulla qualità, sulla valorizzazione del marchio. Il Sagrantino di Montefalco ormai è noto anche oltre i confini italiani: degli 8 milioni di fatturato dell’azienda il Sagrantino ne genera il 25% e della produzione, con un milione di bottiglie l’anno, rappresenta il 12 per cento. Tre bicchieri del Gambero Rosso, Oscar del Vino come Miglior Produttore: la Arnaldo Caprai ha avuto molti riconoscimenti. La cantina è stata completamente rinnovata nel 1997 e la mission aziendale è improntata ai principi della qualità totale, dalla sostenibilità alla conservazione del paesaggio alla tutela della biodiversità. Un lavoro impegnativo, sempre più difficile in questo periodo: «I picchi di aumento dell’energia si sono verificati proprio nel periodo più impegnativo della produzione», dice Caprai. La bolletta è passata da 130mila euro a 400mila «e non so se basteranno». Ma tutto sta crescendo: «Un camion di Co2 che costava 4-500 euro oggi è arrivato a 20mila. E il vetro, sempre che si trovi, è aumentato del 30%». Non c’è visibilità di quando potrà terminare questa situazione: «Sono ottimista, altrimenti non potrei fare questo lavoro». Ma intanto per gli investimenti destinati ad ampliare la cantina preferisce aspettare. Ma certo la burocrazia non aiuta: da tempo stava pensando a un impianto fotovoltaico, ma per le regole in vigore avrebbe dovuto sacrificare la parte migliore della vigna, quelli proprio destinati a Sagrantino. Ora ha partecipato a un bando per utilizzare i fondi legati al Pnrr sulle rinnovabili: «Abbiamo individuato come luogo per i pannelli i tetti di una cantina, realizzando una pensilina». Ma sopra il parcheggio non gliela lasciano costruire: «Ma ci dobbiamo organizzare, abbiamo 30mila visitatori all’anno. È molto importante come comunichiamo il nostro Paese. La credibilità, la stabilità: all’estero ci osservano, e per noi imprenditori che vendiamo nel mondo l’immagine dell’Italia è un fattore di competitività. La conflittualità politica non aiuta, come l’atteggiamento anti impresa ancora troppo presente. Se vogliamo esportare e crescere di più bisogna tenerne conto».

Lungarotti, tradizione e territorio. L’Italia il principale mercato

Vino e arte. L’azienda umbra che ha fatturato 9,5 milioni nel 2021 (+15%) punta su qualità dei vini e ricerca: prodotte 2 milioni e mezzo di bottiglie. Marchio presente in 50 Paesi, dall’estero il 45% del fatturato

Una magnum, da un litro e mezzo, in edizione limitata: 3.300 bottiglie dell’annata 2019, da collezione. Con un look speciale: etichetta total black impreziosita da dettagli dorati. Per il sessantesimo compleanno il Rubesco, storico marchio della cantina Lungarotti, si è vestito a festa. Festeggiamento più che motivato: nel 1962, quando Giorgio Lungarotti creò questa etichetta per il suo vino, a base di Sangiovese e Colorino, non erano molte le cantine in Italia a fare la scelta di valorizzare i marchi, di coltivare la vigna in modo nuovo e scientifico, puntando sulla qualità e sulla ricerca enologica, più che sulla quantità.

Oggi a continuare questo impegno è in prima linea la figlia Chiara, con il ruolo di amministratore delegato. Orgogliosa di tenere alta la tradizione dell’azienda di famiglia, legata al territorio nel cuore dell’Umbria, a Torgiano, e contemporaneamente impegnata ad innalzare la qualità sempre di più e a creare valore, con continui investimenti, «nella vigna, nella cantina, migliorando il modo di coltivare, nel rispetto dell’ambiente, con una innovazione continua». Per rendere quindi il vino Lungarotti, che ha raggiunto le 29 etichette, sempre più elegante e raffinato.

È questa la crescita a cui punta principalmente Chiara Lungarotti, laureata in agraria, con specializzazione in viticoltura. Nel 2000 la tenuta di Montefalco, 20 ettari, si è aggiunta al 230 ettari della tenuta storica di Torgiano. Ogni anno vengono prodotti circa 2 milioni e mezzo di bottiglie. È il mercato interno, spiega Lungarotti, il punto di forza dell’azienda: più della metà della produzione (il fatturato 2021 è stato di 9,5 milioni di euro. +15% rispetto al 2020) resta in Italia, con una presenza capillare, soprattutto in Umbria. L’export quota circa il 45% del fatturato, con i vini Lungarotti venduti in più di 50 paesi nel mondo. Oltre agli Stati Uniti, già dagli anni ’80 Lungarotti è sui mercati lontani come Giappone, Messico, Thailandia. In Europa, il mercato storico è la Germania. «Cresciamo costantemente, ma punto ad uno sviluppo solido, senza fughe in avanti, innalzando la qualità con una maggiore ricerca e innovazione», insiste Chiara Lungarotti. Preoccupatissima per l’attuale fase congiunturale: «ora è difficile fare progetti, la crescita abnorme dell’energia e l’incertezza sulla durata di questa situazione pesa molto sulle scelte». E ciò nonostante l’azienda abbia investito da tempo nella sostenibilità e abbia realizzato un impianto fotovoltaico già dal 2018: copre il 40% del fabbisogno di energia elettrica, una quota importante, ma che non basta a proteggere l’azienda dalle impennate dei prezzi di quest’ultimo periodo.

Si guarda avanti, spingendo su quell’unione tra territorio, prodotto, cultura e arte. E sulla sostenibilità: dal 2018 la tenuta di Torgiano ha la certificazione Viva (in base a quattro indicatori, aria, acqua, vigneto e territorio) e i 20 ettari della tenuta di Montefalco sono coltivati a biologico già dal 2010 e certificati dal 2014.

È quella Lungarotti Experience che viene proposta a turisti ed esperti del settore e che rappresenta l’anima dell’azienda: tour in cantina, racconta Chiara, degustazione di vini e prodotti del territorio, ospitalità tra i vigneti, visite guidate ai musei del vino e dell’olio. Già negli anni ’60 la scelta del nome della prima etichetta, Rubesco, esprime la complessità del messaggio aziendale: parola che viene dal latino rubescere, arrossire, scelto dalla madre di Chiara, Maria Grazia, negli anni 50 laureata in storia dell’arte. Sua la scelta delle immagini delle etichette, prima la Torre di Giano, poi la fontana Maggiore di Perugia, per testimoniare il rapporto stretto tra il capoluogo umbro e le campagne intorno. Sua la scelta anche del nome del bianco, Torre di Giano (i primi due vini che 1968 valgono alla zona uno dei primi riconoscimenti a Denominazione di origine controllata d’Italia). È stata Maria Grazia, racconta la figlia, a volere con il marito Giorgio il Museo del vino di Torgiano, nel 1974, e più recentemente, nel 2000, il Museo dell’Olivo e dell’Olio, gestiti dalla Fondazione Lungarotti Onlus. «Abbiamo creduto da subito che attorno al vino si dovessero valorizzare cultura, arte e territorio», dice Lungarotti, che in azienda è affiancata dalla sorella Teresa e dai nipoti Francesco e Gemma.

Non a caso il museo non è un museo aziendale: «è un museo del vino, ci sono reperti archeologici, contenitori in ceramica del Medioevo, del Barocco, del Rinascimento, contemporanei. Ci sono testi di enologia, tessuti e altre testimonianze del mondo del vino». Lo stesso spirito che anima il museo dell’olio «un prodotto che abbiamo aggiunto per completare la nostra offerta, con un approccio di nicchia e di eccellenza». Vino e insieme cultura: una contaminazione rappresentata dall’opera Triple Twist dell’artista Beverly Pepper, americana e umbra di adozione, installata nel 2019 in uno spazio esterno della cantina di Torgiano affinché fosse visibile a tutti. Un obelisco di marmo di Carrara, alto 7 metri, che svetta verso il cielo torcendosi, per simboleggiare la dualità della vite: protesa verso il firmamento, ma che resta ben radicata a terra. Simbolo della vite, e dell’azienda.

Bonomi: «L’Italia da sola non può farcela, serve un intervento europeo»

«Con Draghi barra dritta, ora governo autorevole che confermi linea Nato»

«Da soli non ce la possiamo fare, abbiamo bisogno dell’intervento dell’Europa, con un tetto a prezzo del gas, a tutto il gas. Con questi prezzi energetici non possiamo fare miracoli, sono in crisi la produzione e le imprese». Carlo Bonomi parla da Erice, in provincia di Trapani, prima tappa di un confronto con le aziende siciliane che oggi lo porterà ad Agrigento. Proprio in quel Sud dove le difficoltà sono maggiori: «Per fare gli imprenditori bisogna essere eroi civili, essere folli o persone meravigliose». A metà dell’Ottocento, ha ricordato Bonomi, venivano in Sicilia da tutto il mondo per imparare a fare impresa: «Sono le imprese che creano lavoro, non la politica per decreto. Vogliamo una burocrazia che aiuti a creare lavoro e una politica con la P maiuscola che ti aiuti a crescere».

Ora si attende il nuovo esecutivo: «Confindustria è autonoma, apartitica e agovernativa, valutiamo nel merito i provvedimenti. Auspichiamo un governo nei tempi più rapidi possibili, composto da persone autorevoli e inappuntabili, che confermi la scelta atlantica e della Nato», ha detto il presidente di Confindustria sottolineando come il governo Draghi, «nato per una scelta saggia di Mattarella, che ringrazio» abbia portato autorevolezza, tenendo la barra dritta in Europa, come con le sanzioni. L’emergenza è l’energia e il controllo dei conti pubblici: «I partiti legittimamente pensano di realizzare le promesse elettorali, ma non ci possiamo permettere flat tax, prepensionamenti. Le risorse che abbiamo vanno messe tutte sul caro bollette, perché bisogna salvare la produzione industriale che vuol dire centinaia di migliaia di posti di lavoro». E quindi il reddito delle famiglie. La povertà va tutelata, ma «se il reddito di cittadinanza non è attivo contro la povertà, bisogna sospenderlo».

Per Bonomi occorre sospendere il mercato degli Ets: «È assurdo che si consenta a fondi speculativi di operare». E ancora: «serve un’Europa unita, che superi i veti non solo di Orban ma anche della Germania e dell’Olanda». Proprio la Sicilia, con la sua collocazione, ha sottolineato Bonomi, può diventare l’hub energetico per il Sud Europa e dare un impulso all’economia meridionale, «ma per farlo servono infrastrutture». Bonomi ieri ha incontrato i vertici istituzionali siciliani per avviare una collaborazione. Le imprese, come ha detto nell’incontro il presidente di Sicindustria, Gregory Bongiorno, davanti ai colleghi e al presidente di Confindustria Sicilia, Alessandro Albanese, sono cambiate e sono diventate eccellenze. Con condizioni migliori possono fare molto di più.

Bonomi: scelte geopolitiche pesano sull’economia

Il presidente: «Oggi serve una ferma coerenza e unità internazionale»

Un contesto «fortemente complesso e instabile», tra pandemia e guerra. All’inizio del 2022 la speranza era di continuare il rimbalzo che la manifattura italiana ha realizzato nel 2021. Invece l’invasione russa dell’Ucraina «ha aggiunto nuovi enormi impatti asimmetrici» sull’economia italiana e mondiale. I buoni andamenti dell’export dimostrano «che le nostre imprese non si abbattono davanti alle difficoltà», anzi mostrano una duttilità e capacità di reazione migliore di nostri competitor come la Germania, «già in recessione».

Ma «il nuovo contesto geopolitico ha messo in grande evidenza il tema della vulnerabilità delle filiere di fornitura e dell’autonomia strategica del nostro paese e dell’Europa». Carlo Bonomi è partito da questa analisi intervenendo ieri al Made in Italy Summit organizzato dal Sole 24 Ore e Financial Times in collaborazione con Sky Tg24. È perseguendo l’autonomia strategica che, secondo il presidente di Confindustria, l’Italia e l’Europa si possono ritagliare un ruolo importante. Ciò potrà accadere «se sapremo spingere ancora di più sull’innovazione, in particolare sulla transizione digitale ecologica con il rinnovo di competenze ad ogni livello». Le imprese, infatti, devono posizionarsi sulla parte alta delle catene di fornitura: «altrimenti rischiamo di perdere l’opportunità o scivolare verso produzioni a minor valore aggiunto».

Con l’accelerazione di fenomeni di reshoring di produzioni precedentemente delocalizzate, «in prospettiva – è la riflessione di Bonomi – si apre una nuova fase di sviluppo industriale per i paesi avanzati perché la distanza geografica e soprattutto politica è tornata a giocare un ruolo significativo nelle scelte produttive e commerciali».

Il presidente di Confindustria si è soffermato sul ruolo del fattore geopolitico che è diventato «centrale e imprescindibile» nelle dinamiche dell’economia come non accadeva dalla Guerra Fredda. La dicotomia tra le due parti del mondo è emersa a Samarcanda, ha detto, dove si è tenuto l’incontro dell’organizzazione per la cooperazione di Shangai: una che coincide, almeno in gran parte, con il gruppo delle economie emergenti, ha spiegato Bonomi, e l’altra ben distinta, se non contrapposta geopoliticamente ed economicamente, con il gruppo delle economie avanzate.

In questo contesto «oggi serve una ferma coerenza e unità internazionale». Per la competitività delle imprese e la crescita del nostro tessuto industriale «risulta imprescindibile rafforzare in modo fattivo e stringente i rapporti commerciali, economici e politici con i partner europei e gli alleati occidentali». Una necessità, dal momento che la globalizzazione come l’abbiamo finora conosciuta sta lasciando il passo, è l’analisi di Bonomi, ad un nuovo equilibrio dove le scelte politiche e geopolitiche dei governi hanno ricadute concrete sulle economie dei paesi e sulle opportunità di business lungo le filiere industriali.

Bonomi: lavoro, futuro, dignità «Sogniamo una Italia unita»

Assemblea di Confindustria in Vaticano. Il presidente Bonomi davanti al Papa: «Siamo un Paese smarrito» Impegno per un lavoro degno. «No a sussidi che scoraggiano». Allarme demografia: «Declino drammatico»

Assemblea di Confindustria in Vaticano. Il presidente Bonomi davanti al Papa: «Siamo un Paese smarrito» Impegno per un lavoro degno. «No a sussidi che scoraggiano». Allarme demografia: «Declino drammatico»

Nicoletta Picchio

Presidente   di Confindustria.  Carlo Bonomi in Aula Paolo VI in Vaticano, nell’evento straordinario dell’Udienza del Papa all’assemblea di Confindustria imagoeconomica 

Il valore del lavoro, di un lavoro «degno» che rispetti la persona. Ci sono ancora in Italia «troppi settori dove l’offerta di lavoro è caratterizzata da infime retribuzioni», dove c’è il lavoro nero, impieghi precari, «ma questo non riguarda l’industria, non siamo noi ad offrire queste forme di sottoccupazione, di vero e proprio sfruttamento». Bisogna dare una risposta agli squilibri, e cioè ingiustizie sul lavoro, aggiramento di garanzie, bassa capacità di offrire una formazione adeguata, inserimento degli immigrati, declino demografico: «come imprese industriali basate sul lavoro sentiamo più che mai il dovere di offrire il nostro contributo».

Un impegno che Carlo Bonomi non poteva prendere in un luogo più solenne: l’Aula Paolo VI in Vaticano, nell’evento straordinario dell’Udienza del Papa all’assemblea di Confindustria, con gli imprenditori accompagnati dai familiari. Il perno di una visione etica dell’economia che Bonomi ha messo al centro del suo discorso. E che ha rilanciato accogliendo il Pontefice: «Siamo un Paese diviso, smarrito, ingiusto con troppi dei suoi figli e schiacciato sul presente», ha detto il presidente di Confindustria, ringraziando il Santo Padre. «Ci preoccupa la sofferenza sociale che esprime una parte troppo vasta della società». Bisogna voltare pagina. «Continueremo a volere e a sognare un Paese unito. Un Paese in cui il verbo prioritario non è “prendere”, ma è “dare”: dare agli altri; dare lavoro; dare futuro; dare dignità; dare libertà».

Lavoro degno, quindi. «Non sussidi che lo scoraggiano», ha scandito Bonomi tra gli applausi (dieci in tutto). Il tema del salario minimo, ha spiegato, non riguarda Confindustria: «Sono altri ad essersi opposti, sui quali bisognerebbe avere il coraggio di intervenire». Occorre misurare la rappresentatività delle parti sociali, «la nostra proposta è stata presentata nel 2014 ma è rimasta nei cassetti». La soglia di lavoro degno, ha spiegato ancora il presidente di Confindustria, «va innestata nella riforma dei sussidi alla povertà e quindi nella riforma del reddito di cittadinanza: la soglia minima di lavoro sotto la cui proposta non può essere rifiutata».

Bisogna realizzare quell’«umanesimo industriale» che vede l’impresa protagonista e motore. «Oggi che gli orizzonti della politica sembrano sempre più corti e schiacciati su false priorità, avvertiamo più che mai la necessità di progetti di lungo orizzonte, come unica via per dare risposta ai drammatici problemi della società italiana». L’incontro con il Pontefice è stato voluto proprio per riaffermare questi valori: «Mi ha fatto una bellissima impressione vedere la sala Nervi piena di imprenditori insieme al Papa, le parole nostre e del Pontefice meritano molta attenzione», ha commentato Bonomi durante la conferenza stampa. La decisione dell’Udienza di Vaticano era stata presa prima della caduta del governo Draghi. A pochi giorni dal voto si è rivelata ancora più «lungimirante», coerente con la storia dell’associazione «autonoma, apartitica, agovernativa». Bonomi ha citato in più riprese gli interventi del Pontefice, dall’Enciclica Laudato sì all’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium. Papa Francesco parla di lavoro degno, creativo, partecipativo e solidale. «Se Italia ed Europa dovessero perdere il proprio modello di integrazione sociale saremmo destinati al declino». In una realtà dove «il pregiudizio imperante anti impresa ci vede costantemente accusati», ha detto Bonomi, sottolineando che la finanza non può essere il criterio unico o prevalente per misurare i valori di un’impresa.

La sostenibilità sociale è l’unica dimensione per crescere, Industria 4.0 è la via maestra per affrontare la transizione digitale e ambientale. Occorrono più giovani, da far entrare non ricorrendo ai prepensionamenti, e più donne nel mondo del lavoro: «serve una rivoluzione nei tempi del lavoro per non discriminare le donne», e una rivoluzione culturale per integrare gli immigrati, specie con la nostra situazione demografica. Fondamentale il tema della sicurezza, da affrontare ex ante, e occorre una svolta nella spesa sociale.

I protocolli di sicurezza nella pandemia, l’impegno per la ricostruzione in Ucraina, la proposta di un grande Patto per l’Italia, le difficoltà attuali sull’energia: l’impresa, ha sottolineato Bonomi, ha fatto sempre la sua parte. «Non siamo quelli che vincono sempre ma siamo quelli che non si arrendono mai».

Bonomi: terremoto economico, un quinto dell’industria a rischio

Confindustria. «Se la Russia sospende le forniture buco di 4 miliardi di metri cubi di gas anche con gli stoccaggi pieni al 90%. È un problema di sicurezza nazionale, il governo deve intervenire ora»

Un «terremoto economico». Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, ha lanciato un nuovo allarme, numeri alla mano: «Se la Russia dovesse sospendere le forniture di gas avremmo un buco di 4 miliardi di metri cubi che resterebbe scoperto anche con gli stoccaggi nazionali al 90 per cento». Se dovessero tutti incidere sul sistema industriale «vorrebbe dire spegnere quasi un quinto dell’industria italiana». E quindi mettere a rischio «migliaia di imprese, migliaia di posti di lavoro, il reddito di migliaia di famiglie italiane». C’è già un numero preoccupante: quel +45% di cassa integrazione straordinaria dei primi sette mesi dell’anno: «I mesi di stress saranno gennaio e febbraio, ma già questo è un dato che ci deve mettere in allarme, non dobbiamo farci trovare impreparati».

In gioco c’è il sistema paese. Per questo il presidente di Confindustria, intervistato ieri ai microfoni di Rtl 102,5, ha incalzato il governo ad agire, nonostante la fase pre-elettorale, con un esecutivo in carica formalmente per le questioni ordinarie: «Dobbiamo capirci su cosa si intende per ordinario. Se oggi ci fosse un terremoto il governo se ne occuperebbe o no? Stiamo affrontando un terremoto economico, il governo può e deve intervenire, non possiamo aspettare due mesi l’arrivo del nuovo governo. L’industria è un tema di sicurezza nazionale». La crisi del conflitto in Ucraina, ha spiegato il presidente di Confindustria, ha accelerato il problema di politica energetica che l’Europa non ha mai voluto affrontare: «sulla politica industriale è stata assente». Ai ritardi Ue, «dove ognuno si è mosso in ordine sparso», si sono sommati gli errori dell’Italia. Parlano i numeri: l’Italia utilizza 75 miliardi di metri cubi di gas all’anno, 20 miliardi per le industrie, 25 in ambito civile, 30 per produrre energia elettrica. «Abbiamo la necessità di 15 miliardi di metri cubi di gas russo, ancora oggi. Le stime dicono che diventeremo indipendenti del 2024, ma occorre realizzare il rigassificatore di Piombino, quello in Emilia Romagna, fare investimenti importanti, arrivare al 90% di riempimento degli stoccaggi, che vuol dire coprire 11 miliardi di metri cubi».

Occorre agire subito, anche se «non c’è una soluzione che può risolvere decenni di errori». Ci sono interventi da fare congiunturali e strutturali: serve una strategia di razionamento, ha detto Bonomi. Occorre mettere un tetto al prezzo del gas: «è un anno che Confindustria lo sta chiedendo. Se non si fa a livello europeo deve essere fatto a livello nazionale». Solo per il fatto che se ne parlerà nel consiglio Ue del 9 settembre ha determinato una discesa del prezzo del gas, ha sottolineato Bonomi. Occorre anche sospendere temporaneamente l’acquisto dei certificati Ets: «È una follia farli pagare a questi prezzi e non è possibile che la finanza possa comprare certificati verdi per lucrarci sopra, devono comprarli solo le imprese». Inoltre 400 impianti di energia rinnovabile sono fermi per la burocrazia: «Vanno sbloccati» e la produzione da rinnovabili va destinata solo alle imprese. Altra misura sganciare il prezzo dell’energia elettrica da quello del gas. Per Bonomi occorre fare una riflessione anche sul nucleare: «Le tecnologie dopo anni cambiano».

Rispondendo alle domande il presidente di Confindustria è tornato a chiedere un taglio al cuneo fiscale per mettere più soldi in tasca agli italiani: 16 miliardi, da concentrare fino a 35mila euro di reddito. «Si può e si deve fare, il Parlamento è nel pieno delle sue funzioni. Ho sentito tutti i partiti dire che sono d’accordo e i ministri di questo governo sono espressione dei partiti. Non accetto la narrazione che non ci sono le risorse quando si spendono 1.000 miliardi di spesa pubblica ed è previsto un extra gettito da 38 miliardi di euro».

Non è mancata una domanda sulla prossima assemblea di Confindustria: il 12 mattina, in Vaticano, con Udienza del Papa. «Vogliamo sganciare la possibilità di parlare al paese dalla campagna elettorale, evitare che la nostra assemblea diventi motivo per tirare la giacchetta al presidente, al sistema industriale italiano. Vogliamo parlare di lavoro, raccontare cos’è l’industria italiana. Abbiamo scelto di parlare con il Santo Padre che parecchie volte è intervenuto sul lavoro, di parlare con le nostre famiglie, prima di essere imprenditori siamo cittadini, con una responsabilità maggiore di chi lavora con noi e dei nostri territori».