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Indice

Prefazione di Alessandra Poggiani

Cronologia essenziale

Il punto di partenza

  1. Custodi del Creato
    Coluccio Salutati, Brunello Cucinelli
  2. Ripopolare il deserto
    Leonzio Pilato, Alessandro Garrone
  3. Meritocrazia collaborativa
    Cristoforo Landino, Niccolò Branca
  4. Essere un atto libero
    Pico della Mirandola, Massimo Mercati
  5. Ridefinire i confini
    Leon Battista Alberti, Maximo Ibarra
  6. Senza timore per la tecnologia che verrà
    Vittorino da Feltre, Sonia Bonfiglioli
  7. Umanisti precari ed etica della collaborazione.
    Lorenzo Valla, Marco Magnani
  8. Falsamente creduta.
    Lorenzo Valla, Gianna Martinengo
  9. Medioevo tecnologico.
    Alfonso V d’Aragona, Andrea Pontremoli
  10. Il paradosso di Benjamin.
    Amedeo VIII d’Aosta, Christian Greco
  11. Il punto di ripartenza
    Conclusioni

Un’esplosione cambriana per il futuro delle imprese (e dell’umanità)
Intervista a Martin Reeves

Il mestiere dell’uomo
Perché la cultura umanistica fa bene all’impresa italiana

Di Marco De Masi

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Abbiamo bisogno di rinnovare il modo in cui l’impresa guarda alla società. In questo momento, stiamo sperimentando tutti i limiti dei nostri modelli attuali: ma i limiti possono portare a opportunità, a nuove conoscenze e a nuovi modi di fare le cose. L’umanesimo aveva alcuni ‘ingredienti’ che potremmo riutilizzare. Uno di questi era il progetto di reinvenzione dell’uomo e della cultura: certamente ne trarremmo beneficio anche oggi. Un altro è la riscoperta, in chiave pratica, della conoscenza classica: potremmo attingere ancora molta saggezza etica e filosofica da quelle fonti. Il terzo è l’innovazione nelle arti e nelle scienze, e anche di questo abbiamo certamente bisogno. Le arti hanno giocato in passato e dovrebbero giocare ora un ruolo enorme per fare evolvere la nostra mentalità, per ispirarci a vedere il mondo in modo diverso.
Martin Reeves

Il punto di partenza

Per essere più competitive le aziende hanno bisogno di più umanesimo? E soprattutto che cosa intendiamo quando parliamo di umanesimo? La risposta alla prima domanda è il cuore di questo libro. La risposta alla seconda dipende dall’ambito in cui scegliamo di muoverci: dal punto di vista dello storico della letteratura, per esempio, la definizione contiene a fatica il movimento che si sviluppò grosso modo tra la prima metà del XIV e la seconda metà del XV secolo. La prospettiva dell’imprendi tore, invece, si sposta oggi verso la centralità dell’essere umano, produttore o fruitore, nel sistema industriale. In un’ottica giuridica, il termine può toccare i principi che regolano l’interazione tra uomo e macchina. Si potrebbe continuare. Tante professioni – tanti mestieri-, in alcuni momenti particolari della loro traiettoria, hanno trovato nell’umanesimo qualche elemento da comprendere, recuperare, attualizzare: non è un caso che negli ultimi anni il termine sia tornato di moda.

Non tutti quelli che lo usano finiscono per riferirsi alla stessa cosa; tuttavia, non credo abbia senso sforzarsi di ridefinirlo, almeno in queste pagine. Ha senso invece andarlo a cercare nelle pieghe d’Italia, do v’è nato come momento letterario, dov’è stato discusso, dove è morto e dove ha generato altre idee. E, a quel punto, pesarne l’attualità, capire se e cosa ha lasciato alla nostra cultura, anche industriale, e quindi recuperarlo, se necessario. O meglio: recuperarlo, perché è necessario, par tendo dalla più nota tra le sue “epifanie”, quella letteraria, e provando a capire se e come da li arrivare alla storia industriale italiana più recente.

Storicamente, l’umanesimo è stato l’amalgama della capacità letteraria di una riconosciuta classe di intellettuali, di una vivacità industriale e commerciale notevole, di una continua tensione politica. È cambiato tutto, da allora, ma in un certo senso non è cambiato niente. Il sistema produttivo italiano può ancora giovarsi di un umanesimo che però, a differenza della fine del Medioevo, non si vuole più esprimere attraverso l’impegno di una cerchia compatta di intellettuali. Si parla di umanesimo più in azienda che nei dibattiti letterari: forse perché le cerchie compatte non esistono più, non hanno più un centro cui fare riferimento e attorno al quale discutere; o forse perché l’impresa, quando tocca il concetto di umanesimo, è meno disillusa dei poeti, azzarda l’idea di un impegno definitivo, concettualmente eterno.

In letteratura, alle origini furono gli anni di Francesco Petrarca e di Giovanni Boccaccio, ma anche di personaggi addirittura misteriosi come il calabrese Leonzio Pilato, nato, vissuto e morto in circostanze non più note, se non per pochi decisivi dettagli: una parabola lunga che par te dalla Toscana di metà Trecento e che arriva a fini intellettuali come l’homericus adulescens Angelo Poliziano e Lorenzo Valla, mantenendo in tutta la sua traiettoria la centralità della dignità umana – nella sua rap presentazione più sofisticata.

Se è stato un fenomeno sostanzialmente italiano, l’umanesimo deve però una parte non trascurabile della sua poderosa influenza al contributo di un esercito di profughi che arricchirono l’Italia con le loro competenze distintive: avevano accesso a una conoscenza letteraria che in Occidente era mitizzata, sì, ma nient’affatto diffusa. Mentre l’Impero Romano d’Oriente si appressava a sfibrarsi del tutto e a morire, in misura crescente fra il XIII e il XV secolo e in maniera ancora più cospicua dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, diversi intellettuali abbandonavano la ca pitale dell’Impero Romano d’Oriente e si dirigevano verso l’Italia portando con sé una competenza preziosa, la conoscenza del greco antico. Di fat to portavano con sé il fondamento dell’essere umano, la sua facoltà d’espressione più elegante, quella humanitas che l’Occidente si impegnava a fare propria in una produzione artistica dalle ambizioni generose. Il viaggio verso l’Italia doveva essere pericoloso, e certamente era un considerevole rischio migrare verso ovest, lasciare l’impero per una penisola ricca ma scomposta e in perenne subbuglio.

Non erano essi stessi necessariamente humanitas straordinaria, probabilmente, ma questi maestri contribuirono in maniera indispensabile alla creazione di una produzione ancora centrale nella storia del pensiero letterario italiano. Le loro storie individuali erano fatte di viaggi, azzardi, del sogno di una carriera più accettabile, laddove carriera era sinonimo stesso di vita. Magari vale per quel l’epoca ciò che Greg Woolf scrive di Roma: il mito si è nutrito di consuetudini che oggi considereremmo in molti casi atti criminali.

Di qui l’idea di questo libro: perché di mito, specie nel nostro medioevo ipertecnologico, abbiamo bisogno. Di un umanesimo che storicamente non è mai esistito, se non nell’esaltazione più o meno acritica di un’epoca che fu in realtà violenta e carica di incertezze; di umanesimo in un periodo e in una geografia che rischiano di generare aspre e lunghe tensioni sociali.

Questo lavoro prova a cogliere entrambe le prospettive, quella letteraria e quella d’impresa, articolandole in dieci capitoli e cercando di trasmettere un’idea semplice: alcune persone, aziende e istituzioni, più o meno consapevolmente, fanno propri certi tratti della cultura umanistica, tra sformandoli in elementi di competitività. Ogni capitolo prova a isolare alcuni di questi tratti, mette a confronto due vicende che, separate da al meno mezzo millennio l’una dall’altra, consegnano due messaggi che si integrano e rafforzano reciprocamente. Il primo capitolo discute l’esempio di Coluccio Salutati e di Brunello Cucinelli, la loro idea di come l’es sere umano abbia il compito di accettare responsabilità individuali nel l’interesse della comunità. Al cuore dell’umanesimo ci sono la ricerca e la valorizzazione, prima individuale poi collettiva, di un patrimonio abbandonato: l’esperienza di Leonzio Pilato e Alessandro Garrone nel ca pitolo due racconta le possibili ricadute positive per tutti di questo recupero.

Si tratta di una responsabilità non derogabile, come illustrano le storie di Cristoforo Landino e Niccolò Branca nel capitolo tre, che vie ne esercitata in equilibrio dinamico tra contemplazione e azione. Dal capitolo quattro, la prospettiva si allarga sul ruolo dell’individuo all’interno dell’organizzazione aziendale, sul significato che può guidare l’uomo da una parte, l’impresa dall’altra per portare a compimento la dignità del la propria esistenza, tendendo verso il bene comune: le storie esemplari sono quelle di Pico della Mirandola e Massimo Mercati. Perché questo significato sia compiuto, sia gli individui sia le imprese devono essere in grado di ridefinirsi e di adattarsi alle evoluzioni del loro contesto: con Leon Battista Alberti e Maximo Ibarra, è l’argomento del quinto capitolo. Il se sto, con le esperienze di Vittorino da Feltre e Sonia Bonfiglioli, riporta

alle competenze necessarie perché ciò possa essere realizzato, e cioè al processo di formazione senza il quale l’individuo e l’organizzazione non riescono a essere parte attiva di tale contesto. Dal capitolo sette, la prospettiva si allarga ulteriormente, concentrandosi sul ruolo dell’individuo all’interno della sua comunità più ampia: Lorenzo Valla e Marco Magnani sono gli interpreti di un’idea di collaborazione flessibile, dinamica che (nel capitolo seguente, ancora con Valla e con Gianna Martinengo) per mette innovazione sociale e tecnologica. Si tratta della stessa innovazione che, nel capitolo nove e nel percorso di Alfonso V d’Aragona e Andrea Pontremoli, si trasforma in cooperazione della filiera e in capacità di in novazione e competitività territoriale. Questo breve percorso si chiude ripercorrendo la vicenda di Amedeo VIII di Savoia e Christian Greco, soffermandosi sulla suggestione che difendere il patrimonio culturale possa essere anche una leva per la crescita economica, e che per farlo occorra superare il dualismo umanistico-scientifico, armonizzando tut te le conoscenze e le competenze disponibili dell’uomo. Che è poi una delle idee che danno sostanza all’umanesimo.

Viviamo apparentemente negli anni della fine del potere, come ha scritto Moisés Naím, e cioè negli anni in cui le istituzioni hanno visto erodersi gran parte della loro capacità di indirizzare la Storia, idealmente, per il meglio. In un’epoca di urgenze (a partire dalla crisi climatica, che è solo la più macroscopica di tante) come quella attuale, l’esperienza del l’umanesimo ha la forza di incoraggiare e facilitare comportamenti che abbiano un impatto positivo per la nostra comunità. Di aiutare a riscoprire un senso del bene comune che, paradossalmente, proprio nei pe riodi più complessi è più facile e necessario tornare a sentire.

Marco De Masi è un manager di formazione umanistica. Giornalista professionista, si occupa di comunicazione corporate per Boston Consulting Group.