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Indice

Prefazione di Ferruccio De Bortoli

Cap. 1 Come si cambia

Dalla riqualificazione alla reinvenzione
Dalla fedeltà alle grandi dimissioni
Dai “bamboccioni” ai choosy
Dai lavoratori alle persone
Dal wellness allo “stare bene” in azienda

Cap. 2 Quanto si cambia

Lavoro e demografia: la tempesta perfetta
I sogni son desideri
Il percepito dei manager

Cap. 3 Perché si cambia

Il nuovo lavoro è ibrido e flessibile, e indietro non si torna
Prima il benessere: welfare coach e community per migliorare l’ambiente di lavoro
I nuovi leader non hanno bisogno di marcare le distanze: lavorano per ridurle
Engagement, lo “stato di grazia”  tra organizzazione e persone che conviene ricercare
Ridisegnare gli spazi per ridisegnare il lavoro
Dalla selezione all’ingaggio: oggi aziende e candidati si scelgono a vicenda
L’azienda? Un master per la vita
Oggi come ieri, sono le persone che contano
La necessità di avere organizzazioni felici
Ascolto, empatia, reputazione: la triade d’oro
Conoscere per agire: ascolto ed empatia passano anche attraverso i dati
Condividere il disegno aziendale per stare bene al lavoro

Il buon lavoro
Benessere e cura delle persone nelle imprese italiane

Di Manuela Perrone, Stefano Cuzzilla

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Che cos’è un buon lavoro? Se dovessimo dare una risposta immediata, quasi d’istinto, diremmo che è quello nel quale ritroviamo più ragioni di vita.

Ferruccio De Bortoli

Cioè tutte quelle ragioni che il lavoro, nella sua dimensione novecentesca e fordista, finirebbe per comprimere, schiacciare, annullare persino. Il lavoro di cui si parla in questo libro non è più, dunque, un tempo sottratto alla vita, alla libertà individuale e collettiva, ma il suo complemento, la sua realizzazione. Con buona pace di chi pensa – in particolare dopo la pandemia – che si stia accentuando un divorzio irrimediabile tra vita e lavoro soprattutto nelle giovani generazioni.

Un buon lavoro è tale se è soddisfacente non solo sul versante del benessere personale e familiare ma anche e soprattutto se ha una ricaduta positiva sulla comunità. E se questa ricaduta si vede, è riconoscibile. Non è importante che sia stabile (questo storicizza anche l’assillo della precarietà), è essenziale che ci consenta di crescere anche intellettualmente e vincere l’inevitabile noia della ripetitività e della prevedibilità. Essere in pace con sé stessi è un traguardo invidiabile. Avere la consapevolezza che il proprio tempo di lavoro non si esaurisca semplicemente nel calcolo di un’utilità marginale per chi lo chiede e chi lo offre, costituisce una motivazione che si irradia positivamente sul resto della vita.

Non solo la nostra.

Nel lavoro ci deve essere qualcosa di più della qualità del suo svolgersi, della sua retribuzione, delle opportunità di crescita che dischiude.

Ci vuole altro. Certo, ma che cos’è “altro”? Ecco l’obiettivo di questo libro che accomuna nella ricerca un manager, alla guida dei suoi colleghi anche sul fronte sindacale, e una giornalista che conosce in profondità le dinamiche aziendali nel loro rapporto con le istituzioni e la società. L’altro non coincide necessariamente con le attese e i diritti degli altri, chiariamo subito.

Una deriva accademica e pubblicistica sui temi del lavoro, nell’era dell’intelligenza artificiale e della robotica, tende ad accreditare l’immagine plastica di un futuro prestatore d’opera, colto sulla via di Damasco da una insopprimibile voglia di aiutare il mondo, ripulirlo, abbellirlo. Fosse vero, vivremmo in una meravigliosa società ideale che potrebbe però anche trasformarsi nell’incubo distopico dei libri di Kurt Vonnegut. No, non dipingiamoci migliori di quello che siamo o potremmo essere.

Un buon lavoro è fatto di prospettive personali di carriera, della voglia di stare meglio e – perché no? – di arricchirsi, di trasformarsi da manager a imprenditori, di non mettere limiti ai propri desideri di crescita. L’ambizione non è un peccato anche se in alcune nuove forme di lavoro sembra essere assente e sostituita per esempio dalla reputazione, dal vantaggio sociale di essere ritenuti indispensabili ai destini della comunità.

Le nuove forme di organizzazione del lavoro si riassumono incredibilmente nell’attualità di una frase di Confucio (“Scegli un lavoro che ami e non dovrai lavorare neppure un giorno nella tua vita”). Qualcosa di impalpabile, di intangibile che riguarda il nostro grado di soddisfazione personale, la coscienza di un’utilità collettiva che trasforma anche il lavoratore più umile in un custode di valori civili, nello scalpellino della cattedrale millenaria.

Ma alla fine, quell’“altro” di cui parliamo c’è solo se vi sono le competenze. O meglio la voglia di acquisirle. E non c’è un limite d’età per farlo.

Nessuno è veramente tagliato fuori.