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Indice

Prefazione di Jeffrey Schnapp

  1. L’innovazione invisibile
  2. Le radici del modello italiano
  3. L’innovazione è una storia
  4. Tecnologie fatte a mano
  5. Ecosistemi cercasi
  6. Cambio di passo
  7. Bozze di un modello italiano

Eppur s’innova
Viaggio alla ricerca del modello italiano

Di Luca De Biase

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Prefazione
di Jeffrey Schnapp

La parola innovazione è al centro del dibattito attuale su cultura, società, economia e tecnologia. Viene ripetuta come uno slogan, caricata di significati trascendenti, fatta schioccare come una frusta sulla schiena degli scettici, esaltata come simbolo di un presente sempre gravido di futuro e universalità.

L’innovazione è diventata il metro di misura della vitalità e vivibilità di città, regioni e nazioni, per non parlare di imprese e governi. In tutto questo febbrile discorrere, accade per. di rado che si provi a ragionare su radici e significato dell’innovazione, sul suo stretto legame con teorie del cambiamento storico in contrasto tra loro, sulle intricate genealogie lessicali dalle quali emerge il vocabolario dell’innovazione, sui vari profili che assume nei diversi contesti locali… in parole povere, sulla sua complessità.

A tal riguardo, Eppur s’innova – Alla ricerca del modello italiano, dal passato al futuro di Luca De Biase si pone come un’eccezione. Analizza a fondo l’innovazione, tracciando le linee di una storia, un percorso e un modello che in genere viene liquidato come un’anomalia: il caso dell’Italia. La via italiana alla modernizzazione, e ancor meno il ruolo (poco riconosciuto) dell’Italia come leader nell’innovazione globale, non ha quasi mai seguito uno schema “standard” (sempre che esista qualcosa del genere: ho i miei dubbi). Al punto che quando appaiono nella stessa frase le parole “Italia” e “innovazione” ancora sembrano incongruenti. L’elenco delle anomalie italiane è ben noto: un’unificazione nazionale tardiva; la persistenza dei regionalismi; le forti asimmetrie di sviluppo tra nord e sud; l’utilizzo di pratiche artigianali tradizionali anche nell’era industriale e post-industriale; l’ubiquità di piccole e medie imprese a proprietà e conduzione familiare; e i vent’anni di sviluppo sotto il governo fascista. A questa lista in genere viene aggiunto il catalogo delle inefficienze italiane: clientelismo e corruzione, una burocrazia schiacciante, un mercato del lavoro rigido, una ricerca poco finanziata, una popolazione sempre più anziana, un sistema giuridico sclerotizzato, scuole e università refrattarie alla riforma e all’integrazione globale, la persistenza dello statalismo, oltre a vari fattori culturali (la ritrosia al cambiamento, l’esiguo numero di laureati, l’evasione fiscale). Tutto considerato, l’Italia avrebbe dovuto essere condannata al ruolo di ultimo vagone del treno dell’innovazione globale.

Eppur s’innova. E si innova tanto, ma l’esistenza e il carattere peculiare di tale processo di innovazione non sempre vengono studiati o compresi a fondo. Certo, c’è una miriade di marchi italiani noti in tutto il mondo, icone dell’innovazione, esempi di eccellenza a livello mondiale, come Arduino (le schede elettroniche open-source che permettono agli utenti di creare oggetti elettronici interattivi), Ducati e Piaggio (leader mondiali nella mobilità leggera), Ferrari e Lamborghini (tra le pi. prestigiose case automobilistiche di lusso), Yoox (uno dei marchi online leader al mondo per la moda e gli accessori) e Bracco (tra i leader mondiali nella diagnostica, dalle tomografie computerizzate alla medicina nucleare). Senza considerare l’eccellenza italiana nel mondo della moda, del design e dei beni di lusso, da Artemide a Gucci e Olivetti. Oltre a questi acclamati e celebri esempi esiste un’infinit. di case studies pi. piccoli – meno visibili ma non meno rivelatori – che sono al centro di questo libro. Esempi come la fondazione biomedica ENEA Tech, il passaggio di Dallara dalle auto da corsa alla fibra di carbonio di altissimo livello, “l’hub armonico per l’innovazione” di Entopan, la straordinaria ascesa del Talent Garden di Milano, o il lavoro pionieristico di VisLab nell’ambito dei veicoli autonomi, solo per citare alcune delle storie abilmente raccolte da De Biase.

Talune ci parlano di imprese individuali, di geni dell’imprenditoria capaci di cogliere opportunità uniche, altre riguardano collaborazioni tra pubblico e privato con lunghi periodi di gestazione. Tutte hanno per. qualcosa in comune, un filo che emerge e viene intrecciato dal racconto di De Biase: un approccio orientato al futuro che mette al centro uomini e donne; la capacità di usare il passato per innescare l’innovazione; l’importanza data all’estetica, all’emozione e alla valenza culturale/umana/sociale delle nuove tecnologie; l’impiego di metodi qualitativi accanto a quelli quantitativi e dell’istinto accanto ai test di mercato; la leadership di imprese agili e di piccole dimensioni, parallelamente o in dialogo con quelle di scala globale o transnazionale.

De Biase evidenzia soprattutto un aspetto che va ben oltre i confini dei suoi case study: l’innovazione non è affatto un monolite. È invece un processo complesso, sfaccettato, multifattoriale e intergenerazionale dove ogni cosa può giocare un ruolo decisivo, dalla storia locale a norme, forme e pratiche culturali, sociali e istituzionali incubate per secoli, fino ai sogni e alle fantasie di un’intera società. L’innovazione si comprende meglio se non ci si rif. a un solo riferimento standard (la Silicon Valley o Silicon Alley), ma tramite la metafora dell’ecosistema: stando alla definizione di Arthur Tansley, che coni. il termine nel 1935, un complesso dinamico di interazioni e scambi tra un ambiente e gli organismi che ne fanno parte. L’innovazione . un sistema, e come ogni sistema ha il suo terroir.

Luca De Biase è giornalista dell’innovazione. È autore e voce di podcast per Rai Radio 3, scrive sul suo blog e sulla Svolta. Dirige la Media Ecology Research a Reimagine Europa e Imminent, il centro di ricerca di Translated. Insegna Knowledge Management all’Università di Pisa e Cittadinanza Digitale all’Università di Modena e Reggio Emilia. Ha fondato Nòva a Il Sole 24 Ore ed è vincitore del James Carey Award for Outstanding Media Ecology Journalism 2016. Tra i suoi libri più recenti ci sono Homo pluralis (2015), Il lavoro del futuro (2018) e Armonie future (2021).