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Il Sole 24 Ore

Di Stefano, serve una politica vera: taglio del cuneo da 16 miliardi

30 06 2022

A Rapallo. Il presidente dei Giovani imprenditori: «Niente balletti, c’è bisogno di stabilità e visione, il prossimo biennio decisivo per il Paese. Perplessi per le scelte di Lagarde, ci sia una linea strategica definita»

Pandemia, guerra, crisi energetica: una situazione che continua ad essere di «emergenza», un «uragano globale». Ma contemporaneamente ci sono le risorse del Pnrr che rendono fattibili le riforme. Un’occasione che va colta, «implementando e potenziandone gli effetti». L’imperativo è la crescita: «ma non possiamo fare da soli. C’è bisogno della politica e a noi manca la politica vera, quella che individui obiettivi condivisi e li realizzi con l’azione di governo. Che parli di sviluppo come necessità etica ed esistenziale e non lo valuti esclusivamente con i punti percentuali di pil». Riccardo Di Stefano, presidente dei Giovani imprenditori, lo scandisce guardando Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, e Antonio Tajani, vice presidente di Forza Italia. Oggi arriveranno Giuseppe Conte, Enrico Letta, Matteo Renzi, Matteo Salvini.

A loro si rivolge Di Stefano, in questo ultimo anno di legislatura: «siamo pronti a dare fiducia a chi è disposto a risolvere i problemi, siamo stufi tanto dei populismi quanto delle burocrazie». Si voterà nel 2023: «al prossimo convegno di Rapallo sarà più interessante ricordare ciò che ci siamo detti. Ma il mio non è un invito a soppesare le parole, è una palese richiesta di mantenere le promesse».

No a interventi tampone, vorremmo vedere un «vero riformismo competitivo, riforme fatte non per costrizione ma per convinzione». C’è sul tavolo anche la riforma della legge elettorale: chi ha intenzione di farla, avverte Di Stefano, «se la immagini duratura per i prossimi trent’anni» e non che duri una legislatura, se non meno. Dai Giovani, ha detto il presidente, non richieste, ma proposte fattibili: innanzitutto un taglio strutturale del cuneo fiscale e contributivo per 16 miliardi. Sul salario minimo, «i nostri contratti fissano una retribuzione base già superiore a 9 euro», va evitato che una misura pensata per sostenere la contrattazione collettiva finisca per scardinarla. Sul reddito di cittadinanza, deve diventare un sostegno a chi non può lavorare «e non a chi non vuole». Piuttosto andrebbero semplificati gli incentivi alle assunzioni sotto i 35 anni. E sempre per i giovani, andrebbe riservata una quota nei consigli di amministrazione per gli under 40.

Occorre una politica industriale che punti alla competitività, sostenibilità e formazione. «Per essere competitivi dobbiamo blindare e trainare i settori rilevanti», anche con i golden power che passata la crisi vanno ripensati in una chiave di maggiore proporzionalità. Digitale, start up, una riflessione sul nucleare, dal momento che le tecnologie sono cambiate. E grande attenzione alla formazione e alla cura dei talenti.

È l’impegno che le imprese chiedono alla politica e al governo, che deve essere «non solo stabile, ma in grado di convincere gli investitori e le agenzie di rating della sua stabilità. E che fino al giorno delle elezioni sia capace di garantire l’assenza di balletti, di do ut des, di concessioni a questo o a quel partito».

Tutto ciò nella casa comune europea, che va rafforzata: Europa politica, diplomatica, tecnologica, energetica. In uno scenario di «nuova globalizzazione», come dice il titolo del convegno dei Giovani, rilanciando il Wto e una nuova stagione di regole internazionali. Un’Europa che deve prendere decisioni nella giusta direzione: nel mirino di Di Stefano c’è la Bce. «Sapevamo che la politica dei tassi bassi non potesse durare in eterno. Ma rimaniamo perplessi di fronte alle scelte di Lagarde, alzare i tassi e poi correre ai ripari con il cosiddetto scudo anti spread, ci sembra una direzione non chiara che può creare turbolenze sui mercati. Occorre una linea strategica ben definita».